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Psicologia

Il coraggio del taglio: contro l’illusione del possibile

C’è un inganno sottile e pervasivo che attraversa il nostro tempo, una promessa che ha il sapore del godimento illimitato ma il retrogusto amaro della paralisi psichica: è l’illusione che si possa abitare la vita senza mai dover pronunciare un “no” definitivo, senza mai subire il trauma di una perdita. Ci hanno convinti che la libertà coincida con l’accumulo infinito di possibilità, con una sorta di “E-E” permanente dove ogni porta deve restare socchiusa, ogni opzione valida, ogni legame reversibile. È l’ideologia del supermercato applicata all’esistenza: posso essere questo *e* quello, posso godere di questo oggetto *e* di quell’altro, in una vertigine che non conosce il riposo del limite. Lo vediamo nel volto dei nostri giovani, smarriti davanti a un orizzonte che, proprio perché troppo aperto, smette di essere una promessa per diventare un deserto senza sentieri. È quella che potremmo definire l’angoscia della soglia: restare fermi nel corridoio della vita per il terrore che, entrando in una stanza, tutte le altre si chiudano per sempre. In questa prospettiva, la scelta non è vissuta come un atto di libertà, ma come un lutto intollerabile. “Se scelgo una strada, perdo tutte le altre”: questo pensiero non è un calcolo razionale, ma il sintomo di un narcisismo ipermoderno che vorrebbe possedere la totalità dell’essere, rifiutando la castrazione simbolica che il desiderio impone. Ma la psicoanalisi ci insegna una verità scomoda e luminosa: dove tutto è possibile, nulla è desiderabile. Il desiderio, per respirare, ha bisogno del vuoto, ha bisogno di un bordo, ha bisogno di quella mancanza che l’accumulo di possibilità tenta disperatamente di tappare. La vita non fiorisce nell’indeterminazione, ma nel trauma benefico del limite. È qui che l’Aut-Aut riacquista tutta la sua potenza salvifica e rivoluzionaria. Scegliere non è un atto di privazione egoistica, ma l’unico modo per far esistere il mondo nella sua singolarità. Se non accetto di perdere l’illusione di essere tutto, se non accetto la ferita del non-tutto, non sarò mai veramente nessuno; sarò solo un riflesso errante nello specchio di un godimento anonimo e seriale. I nostri ragazzi spesso restano sulla soglia, prigionieri di un ideale di perfezione che teme l’errore e il fallimento, ignorando che il vero fallimento consiste proprio nel non abitare mai la propria vita, nel restare eterni spettatori delle proprie potenzialità. Dobbiamo allora tornare a testimoniare la bellezza del taglio. Il taglio è quel momento in cui la parola si fa atto, in cui il desiderio si trasforma in decisione e l’incertezza fluttuante si cristallizza in un destino. È il passaggio dal vagabondaggio senza meta alla forza del cammino. Non è tenendo aperte tutte le finestre che si ottiene la luce; al contrario, troppa luce diffusa finisce per accecare. Serve avere il coraggio etico di chiuderne qualcuna, di dire “questo è il mio posto e non un altro”, di rinunciare all’infinito per abbracciare l’assoluto di un incontro, di una vocazione, di un amore. Solo quando sacrifico la tirannia del “possibile” sull’altare del “reale”, la vita smette di essere un elenco di opzioni intercambiabili e diventa un’opera aperta, una testimonianza vibrante. L’Aut-Aut non è la prigione del soggetto, ma la soglia della sua unica, irripetibile e necessaria libertà. Solo nel rischio della perdita si incontra, finalmente, il miracolo di ciò che resta.

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Fonti: 

S. Kierkegaard- AUT AUT;

J. Lacan – Seminario XXIII.

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Dott. Giocondo Vivone 

Dott. Matteo Coglianese 

Sub Rosa 

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