Nel saggio di Theodor Adorno, la critica era rivolta alla vita offesa dal capitalismo, ma oggi, in questo strano 2026, assistiamo a un paradosso ancora più cupo: la proliferazione di “minimi moralismi” dove la cancel culture si presenta come il tribunale dell’iper-bene, un’istanza feroce in cui ogni sfumatura viene abolita in nome di una purezza puramente immaginaria. Da un punto di vista lacaniano, siamo di fronte al trionfo del Super-io nella sua veste più oscena, perché questa istanza non chiede affatto di fare il bene, ma esige sadicamente di apparire immacolati; ecco allora che cancellare il passato, abbattere statue, censurare testi o silenziare chiunque non si adegua al lessico ortodosso del momento non si configura come un atto di progresso, bensì come un rifiuto nevrotico della castrazione, il tentativo disperato di eliminare la stortura dell’umano, la sua ferita strutturale, l’erotismo scorretto e l’errore, dimenticando che senza l’errore non c’è alcuno spazio per l’emergere del soggetto. Questo progressismo da salotto, che Battiato liquidava già allora come intellettualismo sterile, oggi si è digitalizzato e istituzionalizzato, diventando a tutti gli effetti il discorso del capitalista travestito da discorso dell’analista, un dispositivo che consuma le cause giuste per farne trend passeggeri e riduce l’etica a una sterile estetica di facciata. Eppure, nella clinica recalcatiana impariamo che il desiderio è per sua natura sempre singolare, asimmetrico e “fuori norma”, mentre la società contemporanea preferisce standardizzare i sentimenti e le passioni tramite protocolli comportamentali rigidi, scegliendo la sicurezza della “bandiera bianca” – che poi altro non è che una resa emotiva, un disimpegno mascherato da virtù – pur di non correre il rischio dell’incontro profondo con l’Altro, che è invece per definizione un incontro sporco, imprevedibile e potenzialmente traumatico. Battiato chiudeva la sua spaventosa triade citando il Jim Morrison di *This is the end*, intercettando una strana perversione del nostro tempo, un cupo compiacimento apocalittico per cui, poiché non si riesce più a desiderare e a investire sul futuro, ci si adagia nel godimento della fine; la cancel culture mostra qui il suo vero volto di pulsione di morte che agisce sotto le sembianze della giustizia, preferendo distruggere anziché elaborare, testimoniando l’incapacità radicale di fare il lutto del passato e scegliendo la via della sua eliminazione feticistica. Come psicoanalisti non possiamo arrenderci a questa anestesia collettiva, perché la clinica ci insegna da sempre che il sintomo non va mai cancellato o censurato, ma ascoltato e integrato nel testo di una vita; contro la bandiera bianca del conformismo e della censura morale, l’analisi deve proporre l’unica vera bandiera possibile, quella del desiderio sintomatico e dell’umano che accetta finalmente la propria mancanza e la propria ingovernabile unicità, poiché solo ripartendo dalla forza terapeutica della parola che buca il salotto della correttezza formale possiamo evitare che la fine rimanga, tragicamente, la nostra unica amica.
Fonti:
F. Battiato – Bandiera Bianca
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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