Il folgorante incontro tra Nietzsche e Dostoevskij, avvenuto nel 1887, rappresenta uno degli snodi più densi e inquietanti della storia del pensiero moderno, un momento in cui la filosofia si specchia finalmente nella ferocia della clinica. Quando Nietzsche definisce l’autore russo come l’unico psicologo da cui ha avuto qualcosa da imparare, non sta rendendo omaggio a un letterato, ma sta riconoscendo un compagno di cordata nell’ascesa verso l’abisso della soggettività. La scoperta, avvenuta attraverso le pagine corrose e imperfette di una traduzione francese delle Memorie dal sottosuolo, agisce come un catalizzatore capace di dare nome e forma a un’intuizione che fermentava da tempo nel corpo a corpo del filosofo con la morale: il risentimento. In quella tana angusta dove l’Uomo del sottosuolo si rintana, Nietzsche scorge l’archetipo dell’uomo di coscienza elevata che, incapace di agire nel reale, trasforma la propria impotenza in una perversa forma di dominio immaginario. Si tratta di un processo che in termini analitici potremmo leggere come il ripiegamento del soggetto su una jouissance mortifera, dove il godimento non risiede più nel soddisfacimento del desiderio, ma nel continuo e meticoloso ruminare di un’offesa subita, un indugio che paralizza l’atto e lo sostituisce con una vendetta che si consuma tutta internamente. L’Uomo del sottosuolo, che si nutre del proprio rancore come un topo tra i rifiuti, diventa così il prototipo del malato moderno, colui che nella sua inazione patologica finisce per istituzionalizzare la propria debolezza elevandola a criterio di giustizia. È qui che il risentimento cessa di essere una contingenza psicologica per farsi, nella Genealogia della morale, forza generatrice di civiltà: la morale degli schiavi, che nel suo anelito di rivincita contro i forti, inventa l’aldilà e la colpa per rovesciare il valore della vita stessa. Nietzsche vede in Dostoevskij il maestro che osa scendere in questo sottosuolo senza torce né precauzioni, mostrando come l’essere umano, una volta spogliato delle impalcature religiose e sociali, riveli un nucleo di oscurità che la filosofia precedente aveva sempre preferito ignorare. Questa nuova psicologia, che aspira a situarsi oltre il bene e il male, non è un esercizio di cinismo, ma un atto di onestà radicale: significa comprendere che dietro le nobili maschere dell’etica spesso si cela solo il volto contratto di chi, non potendo farsi protagonista del proprio desiderio, si è trasformato nel custode della propria prigione. In questo spazio claustrofobico, dove il pensiero si fa groviglio e l’azione resta sospesa nel vuoto, emerge la verità più scomoda della condizione umana: il risentimento è la droga che permette al soggetto di sopravvivere al proprio naufragio, una medicina amara che cura il dolore dell’impotenza dandogli, però, la forma definitiva di una condanna. Dostoevskij insegna a Nietzsche, e a noi oggi, che il vero abisso non è ciò che sta fuori nel mondo, ma quella stanza chiusa della psiche in cui il soggetto continua a interrogare un Altro che non risponde, perdendosi definitivamente nel labirinto di una giustizia impossibile che serve solo a nascondere, ancora una volta, la verità del proprio desiderio inespresso.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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