Il ressentiment è la cenere che soffoca il fuoco del desiderio, una forma di paralisi psichica che trasforma la vita in un eterno conteggio di crediti inesigibili nei confronti dell’Altro. Non si tratta di una semplice reazione passeggera a un torto subito, ma di una vera e propria postura esistenziale, una trincea in cui il soggetto si rintana per evitare l’angoscia insopportabile della propria mancanza. Quando il desiderio si incaglia nel risentimento, il tempo smette di scorrere verso l’avvenire e si ripiega ossessivamente su un passato mai abbastanza digerito, un passato che si vorrebbe riscrivere con la forza della rabbia anziché integrare attraverso l’atto della soggettivazione. È una trappola seducente perché offre al soggetto un’identità solida e indiscutibile: quella della vittima, che Nietzsche ha saputo smascherare con la sua consueta ferocia profetica descrivendola come la “reazione” di chi, non potendo agire, trasforma l’impotenza in una morale, un veleno che corrode la forza vitale e nega l’affermazione del sé in nome di un’invenzione di colpevoli. In questa posizione, ogni fallimento o limite della vita non è vissuto come una condizione intrinseca all’essere umano, ma come un’ingiustizia perpetrata da un Altro, un persecutore che ha sottratto ciò che ci spettava di diritto. Si genera così un godimento oscuro, un piacere perverso nel nutrire la ferita che diventa il centro di gravità attorno a cui orbita l’intera esistenza, impedendo qualsiasi vero incontro con l’alterità. Il soggetto risentito non cerca di vivere, cerca di ottenere una riparazione impossibile, convinto che solo una giustizia divina o sociale potrà finalmente placare la sua sete; egli cerca di “vendicarsi” del tempo e del suo “è stato” attraverso un’economia di svalutazione di tutto ciò che è sano, forte o semplicemente altro da sé. Eppure, in questo modo, abdica alla propria responsabilità, rinunciando alla possibilità di trasformare il dolore in una domanda autentica. Uscire da questo vicolo cieco richiede un coraggio etico non indifferente, il coraggio di abbandonare le vesti della vittima per riconoscere che, nonostante tutto quello che la vita ci ha tolto o negato, siamo noi gli unici autori della nostra risposta. Non si tratta di perdonare per bontà, ma di liberarsi per necessità, smettendo di esigere dall’Altro una soddisfazione che non potrà mai colmare il vuoto che ci abita. Nietzsche ci insegna che il risentimento è l’esatto opposto della grande salute, è la negazione della vita che si fa dogma, mentre la clinica ci mostra che il risentimento svanisce solo quando il soggetto smette di chiedere conto del suo dolore al mondo e inizia, finalmente, a rispondere del suo desiderio, accettando che la ferita, per quanto profonda, non è un destino, ma il luogo fragile e fecondo da cui può nascere un’esistenza inedita, capace di dire “sì” al mondo non nonostante il dolore, ma a partire dalla sua stessa, singolare e irripetibile sostanza.

Fonti:

F. Nietzsche – Genealogia della morale;

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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