Ho guardato il cielo e ho scattato questa foto. Non c’è un azzurro limpido, non c’è la tempesta che scarica la tensione, ci sono solo queste “dannate nuvole” che, come quelle di Vasco, diventano il velo, la consistenza che non si lascia attraversare dallo sguardo, un limite che non definisce nulla ma che ci interroga radicalmente. Guardando questo cielo, il pensiero corre inevitabilmente alla poetica dell’incompiuto: quelle nuvole che sembrano non dirci nulla, ma che occupano tutto il campo visivo, sono la metafora perfetta di ciò che in psicoanalisi chiamiamo l’oggetto piccolo a, la causa del desiderio che, proprio perché non si lascia mai afferrare, continua a spingerci, a farci correre, a farci esistere. Nella nostra epoca, abbiamo smesso di guardare il cielo sperando di trovarvi un significato trascendente perché il grande Altro — quel sistema di senso che garantiva un ordine, un Padre, una Verità indiscutibile — è tramontato, lasciandoci davanti a un cielo che spesso viene percepito come vuoto o come una distesa di nuvole che non contengono alcun messaggio. È qui che nasce l’angoscia del soggetto contemporaneo: se l’Altro non è più in grado di rispondere al “che cosa vuoi da me?”, dove si ancora il desiderio? Il Vasco che canta le sue “dannate nuvole” non cerca di dissiparle per vedere cosa c’è dietro, egli abita la mancanza e in questo senso il suo è un gesto autenticamente psicoanalitico che non cerca la guarigione dalla mancanza, ma l’invenzione di un modo per starci dentro. Nella clinica quotidiana, incontro spesso questa sensazione: il paziente si sente come sotto un cielo plumbeo, in attesa di un segnale che non arriva, e il rischio è quello di cercare di “chiarire” il cielo a tutti i costi, di forzare un senso laddove non c’è, quando invece la vera clinica consiste nel saper fare, di quelle nuvole, la propria casa. Il soggetto non è colui che ha raggiunto il porto sicuro, ma colui che accetta di navigare in un cielo incerto; cantare le proprie “dannate nuvole” significa trasformare il non-senso in una testimonianza, non come un abbandono al nulla, ma come un atto di coraggio che permette di continuare a desiderare nonostante il cielo non offra più alcuna garanzia. Forse è proprio questa la lezione che ci portiamo a casa: in un mondo dove non c’è più nulla che ci dice chi dobbiamo essere, l’unico vero atto di libertà è imparare a nominare le nostre nuvole, a prenderne le misure e a ripartire da lì, senza cercare risposte definitive, ma mantenendo aperto, vivo e ostinato il desiderio.

Fonti:

Vasco Rossi – Dannate Nuvole

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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