Il pensiero di Massimo Cacciari, evocato in una recente riflessione sulla morte, ci spinge a una sospensione radicale che interroga da vicino l’etica della nostra prassi: “Morire è un verbo, non un fatto”. Per lo psicoanalista, questa affermazione non è solo un’intuizione filosofica, ma una necessità clinica stringente in un tempo in cui la morte viene espulsa dal discorso comune, ridotta a un dato burocratico o a un guasto tecnico da occultare. Se viviamo in un’epoca che esige la prestazione perpetua e l’accumulo di godimento, riabilitare il morire come pratica significa restituire al soggetto la possibilità di abitare il tempo anziché subirlo. Cacciari ci invita a rendere conto dei nostri atti, a vivere ogni istante come decisivo, e questo risuona profondamente con l’invito lacaniano a non cedere sul proprio desiderio, a smettere di agire come se fossimo oggetti manovrati dal destino o dalla pulsione per assumerci finalmente la responsabilità del nostro dire e del nostro fare. La finitezza non deve essere vissuta come una privazione del senso, ma come la cornice necessaria che permette al desiderio di orientarsi, poiché solo chi accetta la propria mortalità può passare da una vita subita a una vita scelta. In questo orizzonte, la suggestione fisica di infiniti mondi che non svaniscono, ma procedono come luce invisibile, si sposa con la struttura stessa dell’inconscio, dove nulla si annulla davvero ma si iscrive per sempre nella catena dei significanti. La nostra traccia, il nostro lascito simbolico, non è una fine, ma un passaggio che continua a operare nel legame con l’Altro. Il richiamo al rito zoroastriano delle torri del silenzio, dove i corpi vengono affidati agli uccelli in un gesto di suprema apertura, ci riporta a una verità dimenticata: il corpo non è un oggetto da conservare intatto nel culto della giovinezza eterna, ma un resto da saper gestire nel passaggio dal reale al simbolico. La psicoanalisi insegna che il fine di un percorso analitico è proprio questo movimento, il passaggio dall’essere prigionieri di un godimento che ci rode come un verme, a farsi aquila, ovvero soggetti capaci di sollevarsi sopra la propria condizione per simbolizzare la propria sparizione. Accettare che il morire sia un verbo significa dunque rinunciare all’illusione dell’eternità per conquistare, finalmente, la verità di un tempo che ci appartiene. Forse, quegli infiniti mondi di cui parla il filosofo sono già qui, racchiusi nella singolarità assoluta di un atto che non cerca più conferme nel mondo, ma che trova la sua pienezza nella responsabilità verso se stessi e verso l’Altro. In un mondo che corre verso il nulla, morire non è più la fine della vita, ma l’atto supremo che ci permette di nascere, finalmente, come soggetti che hanno osato attraversare la propria soglia. Siamo allora disposti, nel silenzio del nostro studio o nella frenesia del quotidiano, a smettere di consumare la vita per iniziare, finalmente, ad abitarla nella sua preziosa e vertiginosa finitezza?

Fonti:

M. Cacciari.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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