Tutti noi abbiamo a che fare con i nostri sintomi quotidiani. Sintomi che sono nuovi, sintomi che ci portiamo dietro da tempo, che ci hanno accompagnato per la vita, e in qualsiasi caso sintomi con i quali, nel bene i nel male, abbiamo imparato a convivere. Ma cosa ce ne facciamo di questi sintomi?
C’è una frase Lacaniana che mi ha sempre lasciato interdetto al principio del percorso di studi, ossia “vi è una responsabilità inconscia del soggetto per quanto riguarda il proprio sintomo”. Ho sempre cercato di arrovellarmi per capire, comprendere, anche mettendomi in gioco, cosa volesse dire avere una responsabilità per un sintomo. Vuol dire che in qualche modo è a causa mia che quel sintomo esiste? Vuol dire che nel mio sintomo c’è qualcosa di cui io mi devo sentire in qualche modo colpevole? Non mi capacitavo si potesse parlare di responsabilità per qualcosa che avviene a livello inconscio.
Poi incontrai gli scritti di Alex Pagliardini, psicoanalista Lacaniano eclettico, che me lo spiegò in maniera molto semplicistica. Cosa vuol dire responsabilità? Si parte da un presupposto fondamentale (non così tanto per l’epoca in cui viviamo): il sintomo non è qualcosa da eliminare, ma una soluzione singolare che il soggetto adotta. Verso cosa? Verso quello che è la storia del soggetto stesso. Ogni soggetto, ognuno di noi, ha dei sintomi, più o meno intensi, che potremmo leggere come dei messaggi di ciò che siamo, della storia che ci caratterizza e che abbiamo vissuto. E, inconsciamente, quel sintomo lì è ciò attorno al quale ogni soggetto ha organizzato, seppur in maniera precaria, il proprio equilibrio psichico. È come se, per l’appunto, il soggetto partecipasse inconsciamente a sostenere sempre questo sintomo, anche nella sofferenza. Non tanto perché non provi dolore in taluni casi, anzi, ma perché è l’unico equilibrio che il soggetto, inconsciamente, ha trovato per non impazzire totalmente.
Ed è qui che cambia la prospettiva di responsabilità. È sbagliato pensare che quel concetto teorico lacaniano prenda in considerazione la colpa. Non si tratta di avere colpa di. Si tratta piuttosto (ed è anche il movimento più importante in analisi per cercare di agire sul sintomo) di riconoscere il proprio ruolo inconsciamente attivo nella ripetizione del sintomo stesso. In parole povere, per quanto sia possibile, in un esempio classico in cui un soggetto umano sceglie sempre relazioni impossibili, che hanno sempre una certa evoluzione, non è tanto la prospettiva moralistica dello “scegli male” a doverla fare da padrona. La domanda che deve sussistere è “quanto sono implicato in tutto ciò senza saperlo?”.
Fin quando viviamo il sintomo passivamente, lo percepiremo sempre come un “mi accade”. Ciò che può cambiare questa prospettiva è un cambio di visione: il sintomo mi riguarda più di quanto io creda.
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Alex Pagliardini – Il sintomo di Lacan
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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