C’è una tentazione antica, che Platone fotografa magistralmente nel Simposio attraverso le parole di Agatone, che attraversa i secoli fino ad abitare le nostre stanze d’analisi contemporanee: l’idea che la sapienza, la guarigione o semplicemente la formula per saper vivere possano trasmettersi per osmosi, come l’acqua che fluisce da una coppa colma a una vuota lungo un sottile filo di lana. È l’illusione rassicurante di una cura intesa come riempimento pedagogico, dove il soggetto ferito o smarrito si rivolge all’analista vedendolo come un contenitore traboccante di risposte, un Grande Altro scintillante capace di colmare l’angoscia del proprio vuoto interiore con un sapere preconfezionato. Nel testo platonico, la sapienza di chi soffre viene vissuta dal soggetto stesso come qualcosa “di poco valore, controversa e dubbia come fosse un sogno”, mentre quella dell’analista appare lucente, solida, dotata di un grande futuro. È l’esatta radice del transfert: il paziente arriva offrendo la sua coppa vuota e chiedendo al terapeuta di versarvi dentro il senso perduto della propria esistenza. Nella nostra civiltà iper-edonistica e consumistica, questa domanda si è fatta ancora più pressante ed esigente: siamo circondati dal discorso del capitalista, da risposte pronte all’uso, manuali di self-help, guru del benessere e pillole che promettono di saturare ogni mancanza, anestetizzando quel senso di vuoto che viene vissuto esclusivamente come un deficit, una malattia o un’anomalia da correggere tempestivamente. In questo scenario clinico dominato dalle nuove forme del sintomo – dalle dipendenze alle patologie alimentari, fino agli attacchi di panico – il soggetto tenta disperatamente di tappare la propria angoscia ingozzandosi di oggetti, di relazioni tossiche o di saperi standardizzati. Ma la psicoanalisi, sulle orme del rifiuto ironico di Socrate e della formidabile rilettura di Jacques Lacan, si muove in una direzione radicalmente opposta, sapendo che l’analista non deve mai accomodarsi nella posizione del maestro o del detentore assoluto della verità del soggetto. Se l’analista accettasse di fare il travaso, se cedesse a quello che Freud chiamava il “furor sanandi” offrendo i propri consigli, le proprie visioni del mondo o le proprie ricette esistenziali per colmare la coppa del paziente, non farebbe altro che alimentare una protesi alienante, operando una vera e propria colonizzazione narcisistica che prolungherebbe l’infantilizzazione del soggetto e ne seppellirebbe la singolarità. Massimo Recalcati ci ricorda instancabilmente, con inaudita forza clinica, come il vuoto non sia affatto una condanna, una privazione o una cella d’isolamento da riempire compulsivamente con gli oggetti del mercato o con il sapere dell’Altro, bensì la condizione strutturale e vitale affinché possa sorgere il desiderio. Si desidera, infatti, solo a partire da una mancanza costitutiva; si cerca solo se c’è uno spazio aperto; si parla, si crea e si ama solo se c’è una fessura da cui far emergere la propria voce inedita. Il transfert, allora, non serve a travasare nozioni o a suggerire stili di vita, ma a istituire temporaneamente il Soggetto Supposto Sapere come una leva terapeutica che, anziché rispondere alla domanda di rassicurazione con un contenuto rassicurante, rimanda la domanda al soggetto stesso, destituendosi progressivamente dal piedistallo e costringendo chi soffre a fare i conti con l’enigma del proprio inconscio. La vera svolta della cura avviene precisamente quando il paziente rinuncia all’illusione del filo di lana, smette di attendere la pozione magica dal terapeuta e accetta la fatica e la vertigine di abitare la propria mancanza, scoprendo con sorpresa che la sapienza dell’inconscio non si riceve mai passivamente dall’esterno, ma si produce faticosamente nell’atto stesso della parola. Custodire il vuoto, per l’analista, significa allora difendere a oltranza la mancanza del paziente, non cedere alla tentazione autoritaria della “piena”, restando quel perno silenzioso e opaco attorno a cui il desiderio del soggetto può finalmente smarcarsi dalle catene della ripetizione e rimettersi in viaggio, trasformando la coppa vuota non più nello stigma di una miseria personale, ma nel luogo dell’ospitalità, in quella radura luminosa dove può finalmente manifestarsi la propria irriducibile, spigolosa e poetica eccezione.

Fonti:

Platone – Simposio

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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