Ci sono luoghi che non si limitano a ospitare lo sguardo, ma lo esigono, lo catturano e, infine, lo scardinano. È l’esperienza traumatica e meravigliosa che si prova varcando la soglia della Chiesa del Corpus Domini a Gragnano. Alzando gli occhi verso la volta, l’impatto con l’affresco (che vedete in image.png) non produce una rassicurante contemplazione estetica, ma un vero e proprio crollo programmato di quella che la psicoanalisi chiama l’illusione di padronanza dell’Io. L’uomo contemporaneo, d’altronde, vive prigioniero di una spaventosa orizzontalità piatta. È il cittadino perfetto del discorso del capitalista: convinto che per stare bene basti accumulare oggetti intercambiabili, saturare ogni secondo di tempo libero, comprare risposte preconfezionate per silenziare l’ansia. Una vita senza fessure, bidimensionale. Poi, all’improvviso, entri in una chiesa della provincia napoletana, guardi in alto, e la vertigine barocca ti sbatte in faccia la verità che avevi dimenticato: noi siamo fatti di vuoto, e solo quel vuoto è ciò che ci mantiene vivi.
Questo soffitto non è una semplice decorazione sacra; è un vero e proprio dispositivo clinico che flirta costantemente con la Sindrome di Stendhal. Che cos’è, infatti, quel malessere improvviso, quel batticuore profondo, quel senso di svenimento e smarrimento che coglie il viaggiatore davanti all’assoluto dell’opera d’arte? Non è affatto un eccesso di sentimentalismo romantico. È, clinicamente, l’incontro traumatico con il Reale nella sua forma più pura ed eccedente. Quando Stendhal barcolla all’uscita della Basilica di Santa Croce a Firenze, sta sperimentando il fallimento improvviso delle sue difese immunitarie psichiche: l’arte ha aperto una fessura troppo grande nel suo schermo protettivo, lasciando tracimare un godimento ingovernabile.
L’affresco di Gragnano compie esattamente lo stesso gioco pericoloso, ma ci offre anche la sua cura. Tutta la complessa, ricchissima quadratura architettonica d’oro, stucchi e finti marmi che incornicia la scena celeste non serve a chiudere lo spazio, ma a *bordare* l’incontenibile. In termini lacaniani, è la materializzazione della Legge del Padre che tenta di dare una forma, un limite e un confine altrimenti insostenibile al Godimento dell’Altro. Quella cornice è la struttura del fantasma che protegge il soggetto dall’essere ipnotizzato e risucchiato dal divino. Senza quella sponda simbolica, il cielo aperto ci farebbe impazzire di angoscia, ci annullerebbe proprio come accadde a Stendhal; con la cornice, invece, l’angoscia subisce una sublime mutazione clinica e si trasforma in meraviglia, in desiderio imprigionato nella forma.
Se si osserva il cuore dell’affresco, ci si accorge che i corpi dei santi, i panneggi vorticosi che sembrano gonfiati da un vento cosmico e le nubi stratificate non sono disposti secondo le regole geometriche della quiete rinascimentale. Non c’è armonia statica, non c’è pacificazione. Il Barocco non teme il vuoto, ma non cerca nemmeno di tapparlo in modo posticcio: lo mette in scena attraverso il movimento. È l’estasi che Lacan descriveva magnificamente nel suo *Seminario XX*, quella di Santa Teresa: un godimento del corpo che eccede la parola, che non si lascia interamente catturare dalla logica fallica del possesso e del senso. I corpi dipinti sono colti in una spinta ascensionale che non trova mai un punto di arresto definitivo.
Al centro esatto di questa tempesta di carne e luce brilla l’ostensorio. Ma attenzione: quell’oro radioso non funziona come un tappo messo lì per chiudere il buco del soffitto, bensì come la causa stessa del movimento. È la sfolgorante incarnazione dell’Oggetto *piccolo a*, il motore immobile del nostro psichismo. Quel punto di luce non promette una saturazione finale, non dice al fedele o al visitatore “prendimi e sarai sazio”. Al contrario, funziona come un magnete invisibile che attira a sé le figure per rilanciarle, per costringerle a desiderare sempre *oltre*, impedendo loro di accontentarsi della terra.
In un’epoca ipermoderna come la nostra, che ci vorrebbe anestetizzati, sferici, impermeabili al dolore ma anche alla bellezza, la Sindrome di Stendhal evocata da questo soffitto aperto diventa un radicale atto di resistenza terapeutica. Massimo Recalcati ha scritto spesso dell’importanza di salvaguardare il diritto alla nostra vulnerabilità, di non cedere sulla fessura che ci costituisce. Questo affresco ci ricorda che la salute del soggetto non abita nella pienezza narcisistica o nell’autosufficienza dell’Io, ma nella capacità di farsi ferire dallo splendore del mondo. Ci guarisce dalla nostra cecità quotidiana, costringendoci ad accettare che la vita autentica, quella che merita di essere vissuta, comincia solo lì: dove il soffitto crolla, si apre, e ci lascia nudi, mancanti e finalmente vivi davanti all’infinito.
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
