C’è un’eccedenza indomabile, quasi scandalosa, nell’arte dei murales, qualcosa che non si riduce mai a una semplice decorazione della pelle della città ma che, al contrario, taglia la pietra, la ferisce e la abita fino a diventarne la carne pulsante, perché laddove lo Stato edifica il cemento anonimo, burocratico e geometrico delle sue istituzioni – un cemento che spesso impone il silenzio e la rimozione – il popolo risponde istituendo un’istanza visiva, imprimendo un’immagine che fa trauma, che buca la vista. Sono tracce, graffi sulla superficie del reale, che finiscono per testimoniare una verità profonda e dimenticata che nessun monumento ufficiale, nella sua algida, tombale e rassicurante staticità celebrativa, è più in grado di ospitare o di far risuonare. Davanti a questi enormi volti che si stagliano come giganti di vernice sulle periferie degradate del mondo, sulle geografie del dolore e dell’abbandono, l’interrogativo clinico non può mai riguardare l’identità anagrafica, la piccola cronaca privata di chi è ritratto; la vera domanda, l’unica interrogazione squisitamente analitica che interpella la nostra postura di analisti e di esseri umani, è un’altra: perché il soggetto umano, nella sua strutturale vulnerabilità, ha un bisogno così radicale, così disperato e originario, di scrivere i propri eroi sulla nuda pietra dei muri? La clinica psicoanalitica ce lo ricorda a ogni passo, con Jacques Lacan: non esiste alcuna identità originaria, non c’è un nucleo dell’Io che sia puro, autarchico o compiuto fin dall’inizio, ma il soggetto si costituisce sempre e solo a partire dall’Altro, formandosi attraverso una cattura immaginaria, prendendo a prestito dallo specchio del mondo immagini, frammenti di posture, schegge di gesti e ideali che non gli appartengono ma che lo fondano. Il nostro desiderio non sorge mai nel vuoto pneumatico dell’autosufficienza, non è una forza biologica o un istinto animale, ma è costitutivamente, fin dal primo vagito, il desiderio dell’Altro, l’invocazione di uno sguardo che ci riconosca e ci sottragga al vuoto. Abbiamo un bisogno vitale di trovare una figura, un punto di ancoraggio nel reale, in cui riconoscerci per non naufragare nell’angoscia del non-senso e della deriva pulsionale, ed è precisamente per questa ragione terapeutica e politica che certe città ferite, storicamente rimosse, marchiate dal lutto e segnate dalla marginalità, sentono l’esigenza viscerale di produrre i propri miti. Non lo fanno perché abbiano generato esistenze impeccabili o campioni di virtù moralistica – la virtù borghese non produce miti, produce solo buone maniere – ma perché hanno incontrato esistenze tragiche, imperfette, eppure capaci di incarnare fino al sacrificio, fino all’esposizione del proprio corpo, un desiderio collettivo che altrimenti sarebbe rimasto muto, interrato. Pensiamo alla vertigine che suscita Diego Armando Maradona a Napoli: egli non è mai stato, e non potrà mai essere ridotto a, un semplice calciatore o un idolo della domenica. Napoli lo ha assunto, lo ha letteralmente incorporato come il significante puro di un riscatto impossibile, l’uomo-evento, l’eccezione assoluta che ha dimostrato concretamente come la periferia dimenticata della storia potesse sovvertire l’ordine del Centro e come il Sud, storicamente sottomesso, potesse piegare la traiettoria di un destino che lo pretendeva eternamente sconfitto e rassegnato. Quando un volto umano assume questa portata traumatica, poetica e generativa, smette istantaneamente di appartenere alla cronaca biografica di un individuo, si emancipa dalle sue miserie personali e diventa, a tutti gli effetti, una funzione psichica collettiva, un faro nella notte dell’Io. Per questo, se quel volto viene dipinto alto venti metri sulle facciate cieche dei palazzoni popolari, non è per alimentare la sterile malinconia del passato o il feticismo del ricordo, ma per rendere visibile, perennemente operante nel presente, ciò che quell’uomo ha fatto esistere, accendendolo, nel desiderio di una comunità intera. Ogni civiltà, in fondo, ha avuto bisogno di edificare i propri santi per sopravvivere alla propria miseria; la nostra epoca contemporanea, l’epoca dell’iperconsentire e del capitalismo assoluto, un’epoca tragicamente orfana dei grandi padri e dei maestri della parola, costruisce icone laiche. Ma queste nuove icone non abitano più la sacralità protetta, ovattata e distante delle chiese; nascono, crescono e muoiono sulla durezza del cemento, scelgono deliberatamente l’asfalto e la strada perché è lì, nella polvere della strada, che si consuma la vita quotidiana, è lì che la solitudine urbana più feroce si scontra quotidianamente con il reale del lavoro, della precarietà e dell’abbandono sociale. Ed è proprio su quel cemento di periferia che migliaia di persone, alzando lo sguardo stanco nel grigiore del mattino mentre vanno al lavoro, possono ritrovare, anche solo per l’istante fugace di un baleno, una spinta verticale, una fessura di luce, un resto non assimilabile dal sistema, qualcosa insomma in cui credere ancora. Forse è proprio questo il compito più autentico, etico e urgente del mito oggi, in questo tempo di passioni spente e di cinismo diffuso: non dirci pigramente e narcisisticamente chi siamo, non confermarci nelle nostre piccole certezze quotidiane, ma operare come una vera e propria sveglia etica, una scossa che ci costringe a guardare l’abisso per impedirci, infine, di dimenticare chi avremmo potuto essere.
Fonti
J. Lacan, Il Seminario, Libro XI;
S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io;
R. Barthes, Miti d’oggi, Einaudi.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
