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Psicologia

INTUARSI: Oltre la fusione narcisistica, l’incontro con l’Altro nell’epoca dell’iper-connessione solitaria

«Già non attendere io la tua domanda, / s’io m’intuassi, come tu t’inmii»

(Dante Alighieri, Paradiso, Canto IX, vv. 81-82) 

Nel celebre verso del Paradiso, Dante conia il verbo “intuarsi” (accostato all’inmïarsi) per descrivere la perfetta compenetrazione spirituale tra i beati, un movimento d’amore in cui l’Io entra nel Tu senza dissolversi, in una trasparenza della coscienza. Oggi, nella civiltà iper-tecnologica dominata dall’imperativo del godimento e dal declino del Padre, questo termine risuona come un fantasma nostalgico. La retorica del legame sociale contemporaneo ci spinge continuamente verso una versione mercificata e patinata dell’”intuarsi”: l’illusione della fusionalità totale, il delirio di trasparenza emotiva, l’imperativo di “esserci sempre” ed empatizzare con chiunque attraverso lo schermo, azzerando ogni distanza. Ma la psicoanalisi – specialmente quella che tiene insieme il taglio strutturale di Jacques Lacan e la lettura clinica e civile di Massimo Recalcati – ci impone di fare un passo di lato rispetto a questa deriva fusionale.

Cosa ne è del “Tu”? L’impossibilità della simmetria

Per Lacan, l’Altro (con la A maiuscola) è fondamentalmente altro, radicalmente estraneo, segnato da un buco, da un’incompiutezza strutturale. Non esiste alcun rapporto sessuale (nel senso di una proporzione armonica) né alcuna simmetria speculare che tenga. L’idea di potersi “intuare” nell’altro come in un paradiso ritrovato rischia di mascherare una spinta regressiva: il tentativo nostalgico di colmare la voragine originaria della castrazione attraverso l’abbraccio soffocante dell’Uno.

Nel nostro tempo assistiamo a un paradosso clinico e antropologico.

Da un lato, si predica l’empatia coatta, la connessione perpetua, il superamento di ogni confine soggettivo. Dall’altro, domina un individualismo feroce, dove l’Altro non è che uno specchio usa e getta per il proprio narcisismo o un oggetto di consumo per il proprio godimento. L’iper-connessione contemporanea produce solitudine proprio perché rifiuta il vero scandalo dell’incontro: la ferita dell’alterità. Se vogliamo riabilitare l’”intuarsi”, dobbiamo rovesciarlo. Non si tratta di “fondersi” con l’altro per diventare un corpo solo, cancellando la faglia del desiderio, ma esattamente del contrario: riconoscere la singolarità irriducibile del sintomo dell’Altro. Nel lavoro analitico, l’analista non si “intuisce” nel paziente per una bonaria e rassicurante empatia di facciata. Pratica piuttosto un “atto” che attraversa il fantasma: sa abitare il vuoto, fa spazio alla domanda d’amore del soggetto senza cedere alla tentazione di saturarla con la propria persona o con risposte preconfezionate. L’autentico “intuarsi” contemporaneo non è la cancellazione del confine, ma l’assunzione etica della separazione. Solo chi accetta la propria solitudine fondamentale e l’impossibilità di possedere l’Altro può realmente “intuarlo”, ovvero riconoscerne la dignità d’essere parlante, ferito, desiderante. In un’epoca che ci vuole tutti connessi ma disanimati, la scommessa resta quella di attraversare il deserto del nostro narcisismo per accorgersi che l’Altro non è un prolungamento del nostro Io, ma un abisso prezioso da rispettare, custodire e – finalmente – lasciare essere.

Fonti:

D. Alighieri – Divina Commedia

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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