Negli ultimi anni, il dibattito sui social network ha subito una torsione lessicale interessante: l’iper-abusata etichetta di “narcisista” – un termine ormai sdoganato dal gergo clinico e ridotto a cliché pop-psicologico – sta lasciando progressivamente spazio a una nuova formula: l’uomo irrisolto.
Non siamo semplicemente di fronte a un cambio di tendenza linguistica o a una nuova “moda” del web. Questo slittamento semantico racconta una trasformazione profonda nel modo in cui percepiamo il disagio maschile, la crisi del legame sociale e il tramonto del patriarcato.
Dal “Narcisista” patologico all'”Irrisolto” esistenziale
Per anni, il termine narcisista è stato utilizzato sui social come una sentenza tombale, una diagnosi sommaria per etichettare l’egoismo, la manipolazione affettiva o la freddezza relazionale. Poggiava sull’idea di un soggetto strutturalmente rigido, grandioso, incapace di decentrarsi dal proprio Io e strutturalmente refrattario al cambiamento (“è un narcisista, non guarirà mai”).
La categoria dell'”irrisolto”, invece, sposta il fuoco dall’archetipo del predatore affettivo a una dimensione profondamente esistenziale e incompiuta.
L’irrisolto non è necessariamente un mostro patologico: è un uomo che è rimasto a metà del guado. È colui che non ha fatto i conti con i propri nodi irrisolti (da qui il nome), che porta con sé un’immensa ferita simbolica legata all’identità, al desiderio e alla separazione. Non è tanto la diagnosi clinica a cambiare, quanto il registro: si passa da una colpevolizzazione clinica (il disturbo) a una constatazione strutturale (il fallimento nell’assoggettamento alla responsabilità soggettiva).
La lettura psicoanalitica: Il tramonto del Padre e la solitudine del soggetto
In un’ottica orientata da una bussola analitica l’uomo irrisolto incarna perfettamente il disagio della civiltà contemporanea segnato dal tramonto dell’Edipo normativo e dalla crisi della funzione paterna.
Il collasso dell’autorità simbolica: Nel passato, il Nome-del-Padre garantiva una bussola simbolica attraverso cui il soggetto sapeva (o cercava di sapere) cosa significasse “essere un uomo”, assumendone i limiti, i doveri e la trasmissione generazionale. Oggi, in un’epoca dominata dal discorso del capitalista e dall’imperativo del godimento senza limiti, i punti di riferimento simbolici sono evaporati.
L’infantilismo cronico: L’uomo irrisolto è, strutturalmente, un puer aeternus (un eterno bambino). È un soggetto che rifiuta il taglio simbolico della castrazione, ovvero l’accettazione del limite, della perdita e della mancanza. Pretende di godere senza pagare il prezzo della responsabilità.
Il terrore dell’Altro femminile: L’irrisolto mostra una fragilità radicale di fronte al desiderio dell’Altro (e in particolare della donna). Poiché non ha elaborato la separazione dalla figura materna, l’incontro con una donna adulta, autonoma e desiderante non viene vissuto come un’occasione di scambio, ma come una minaccia di annientamento o una richiesta impossibile. Da qui la fuga, il ritiro relazionale o l’aggressività passivo-aggressiva.
Perché la categoria piace (e funziona) sul web
Il successo della formula “uomo irrisolto” sui social risponde a un bisogno di senso collettivo:
Restituisce una sfumatura di umanità (e di fallimento): Mentre il “narcisista” evocava una figura algida, impenetrabile e machiavellica, l’irrisolto appare tragicamente umano. È l’uomo che ha fallito i compiti evolutivi dell’età adulta: non sa amare, non sa stare nella solitudine, non sa reggere il conflitto.
Mette l’accento sul processo (o sul blocco): Sottintende che c’è stata un’interruzione nella crescita psichica ed emotiva. È un uomo rimasto “incompleto”, bloccato in un’adolescenza permanente nutrita da nostalgia regressiva e incapacità di simbolizzare il lutto della propria onnipotenza.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
