Il Maestro e la Parola: Oltre il tramonto delle illusioni
“Il tempo consuma le cose e le utopie, ma lascia intatto il significante: parole piene confitte nel reale, capaci di fare argine al nonsenso del mondo.”
Oggi se ne va un pezzo fondamentale della genealogia simbolica di questo Paese. Con la scomparsa di Francesco Guccini, la cultura italiana perde non solo un grande cantautore, ma un analista ante litteram del legame sociale, delle nostalgie e delle radici – quell’Appennino e quella Bologna che per lui erano veri e propri luoghi topici della psiche.
In un’epoca dominata dal consumo rapido dei beni e dei significati, dove l’imperativo contemporaneo sembra imporre l’abolizione del tempo d’attesa e della profondità, Guccini ha rappresentato un’eccezione rigorosa. Nei suoi testi ha saputo fare i conti con il fallimento strutturale delle grandi narrazioni, delle ideologie e delle utopie senza mai cedere al cinismo o alla comoda consolazione. Ha preso il sintomo del nostro sradicamento contemporaneo e lo ha trasformato in poesia civile, restituendo dignità alla memoria e al dettaglio.
Ha dato voce a quel mancare originario che definisce l’essere parlante, cantando l’impotenza ma riscattandola attraverso il peso specifico del racconto, l’esattezza tagliente della verità e il rifiuto radicale di ogni retorica a buon mercato. Non cercava l’approvazione seriale dell’Altro sociale, ma la trasmissione di un’esperienza che potesse fare segno.
Le osterie si svuotano, i tavoli si chiudono, ma restano le tracce. Il “maestrone” ci lascia orfani di una voce che sapeva abitare la malinconia senza esserne divorata. E adesso tocca a noi continuare a far risuonare quelle parole, perché certe cose non finiscono nel nulla: restano come ferite luminose, confitte nel reale.
“Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai…”
E con questo grido alla malinconia, alla potenza di una parola che cerca di narrare quel vuoto dentro ognuno di noi, rendendolo forza per andare avanti comunque tutto, proprio il Maestro cercava, come sempre, di dirci che, nonostante quel vuoto ci accompagnerà per sempre, andare avanti è la nostra unica forza.
A Francesco Guccini
Giocondo & Matteo
