Il richiamo alla quiete, il bisogno segreto e tenace di azzerare l’attrito del mondo, di spegnere il motore rumoroso e faticoso dell’esistenza per consegnarsi a una sorta di pace pre-natale o post-vitale, rappresenta forse la cifra più nascosta e tuttavia più pervasiva del disagio che attraversa la nostra epoca. Nel panorama attuale, segnato da una pressione performativa implacabile, da un’iper-connessione digitale che esige la nostra presenza costante e da un imperativo al godimento che consuma le energie psichiche, la risposta più frequente che il soggetto contemporaneo mette in atto non è la ribellione aperta, ma un silenzioso, progressivo e radicale ritiro. È il trionfo sottomesso di quella spinta che Sigmund Freud ha magistralmente isolato in quelle pagine vertiginose di Al di là del principio di piacere in cui la psicoanalisi compie la sua svolta più tragica e illuminante: «Il principio di piacere sembra essere addirittura al servizio delle pulsioni di morte; esso vigila sui flussi di stimoli esterni, che minacciano la vita in entrambi i sensi, ma soprattutto sulle tensioni stimolanti interne, che tendono a rendere più difficile il compito di vivere. […] Il principio di piacere esprime la tendenza del principio di Nirvana. Una tendenza alla riduzione, alla costanza, alla soppressione della tensione eccitante interna».
Questa formulazione freudiana ci costringe a guardare in faccia una verità scomoda e controintuitiva: il piacere, nella sua radice più profonda e arcaica, non coincide affatto con la gioia, con la vitalità o con l’espansione creativa dell’essere. Al contrario, esso opera segretamente come un alleato della morte, intesa non come evento biologico estremo, ma come omeostasi perfetta, come ritorno a quello stato inorganico e imperturbabile in cui nessuna spinta, nessun desiderio e nessuna eccitazione vengono più a turbare il sonno dell’organismo. Vivere, per l’essere umano, è un mestiere faticoso. Significa esporsi costantemente all’urto del mondo, accogliere il trauma inevitabile dell’incontro con l’Altro, tollerare il peso di un apparato psichico che viene continuamente sollecitato da tensioni sia esterne che interne. Il compito di vivere è faticoso proprio perché richiede un dispendio energetico inesausto, un lavoro di elaborazione che la psiche, schiacciata dal proprio stesso carico, tende continuamente a sabotare. Ed è qui che il principio di piacere mostra la sua vera maschera: dietro la promessa di felicità, esso cela l’aspirazione segreta al Nirvana, ovvero l’annullamento di ogni differenza, lo spegnimento della miccia del desiderio, la quiete tombale di un’esistenza che si ritira dal campo della battaglia simbolica.
Se passiamo dalla teoria freudiana alla clinica della contemporaneità, questa tendenza al Nirvana si svela in tutta la sua attualità drammatica e clinica. Come Massimo Recalcati ci ha insegnato a leggere attraverso la lente di una psicoanalisi che sa interrogare le metamorfosi del legame sociale, i nuovi sintomi del nostro tempo non sono semplici deviazioni comportamentali, ma veri e propri tentativi estremi di difesa dal peso intollerabile del vivere. Pensiamo alle forme di chiusura autistica e di isolamento radicale che affliggono tanti giovani, al blocco inerte della depressione apatica, o ancora a quelle derive in cui il corpo si fa fortezza sbarrata, anoressica o anestetizzata, per non sentire più nulla. In tutte queste manifestazioni agisce potentemente il principio di Nirvana. Il soggetto contemporaneo, schiacciato da un Ideale che gli impone di godere, di produrre e di essere sempre all’altezza, finisce per crollare sotto il peso di questo mandato e risponde con la mossa più radicale: spegne la macchina. Rinuncia al desiderio perché il desiderio, strutturalmente legato alla mancanza e all’apertura verso l’ignoto dell’Altro, è troppo faticoso da sostenere. Spegnere gli stimoli, anestetizzare le passioni, ritirarsi nel perimetro angusto ma sicuro della propria autosufficienza corporea o digitale significa, in fondo, cercare quella pace artificiale che promette la fine di ogni conflitto. Ma il prezzo di questa quiete è altissimo, poiché la soppressione della tensione interna coincide esattamente con la morte psichica del soggetto, con la desolazione di un’esistenza che smette di desiderare per non soffrire più.
La psicoanalisi, fedele al proprio mandato etico e clinico, non può cedere alla fascinazione malinconica di questo richiamo nichilista, né può limitarsi a diagnosticare la stanchezza del mondo. Di fronte alla forza centripeta del principio di Nirvana, che promette la fine del dolore attraverso l’azzeramento della vita, il compito dello psicoanalista oggi rimane quello di riaprire lo spazio impossibile e fragile del desiderio. Non si tratta di rincorrere l’iper-attivismo insensato del mercato o di predicare un ottimismo superficiale, ma di rimettere in circolo la parola, di restituire al soggetto la possibilità di fare i conti con la propria mancanza senza esserne annientato. La vita umana, ci ricorda la lezione lacaniana, non è fatta per la quiete immobile dell’omeostasi, ma per l’attrito fecondo, per il rischio dell’incontro e per la scommessa di un legame che sa attraversare la ferita. Solo riattivando la feritoia del desiderio, sottraendo il soggetto alla sua fascinazione per il nulla, è possibile riprendere in mano quel difficile, meraviglioso e faticoso compito di vivere che il principio di Nirvana vorrebbe silenziosamente cancellare.
Fonti:
S.Freud-Al di là del principio di piacere;
J.Lacan-Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi;
M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
