C’è una trappola epistemologica in cui la clinica contemporanea rischia continuamente di cadere e cioè la convinzione che la verità del soggetto sia un enigma da decifrare scavando in oscure profondità, un segreto ben custodito nei sotterranei dell’inconscio che attende solo di essere portato alla luce da un’indagine archeologica, mentre ci soccorre qui la splendida riflessione di Edgar Allan Poe secondo cui ciò che è nascosto può essere trovato, purché venga cercato con sufficiente attenzione e diligenza, mentre ci vuole un intelletto superiore per trovare ciò che si ha sotto gli occhi, e questa citazione si sposa perfettamente con l’insegnamento di Jacques Lacan e con la rilettura che ne fa Massimo Recalcati nella clinica del legame sociale e del sintomo contemporaneo poiché nella prospettiva psicoanalitica classica il sintomo è spesso apparso come un geroglifico da decifrare ma Lacan ci insegna che l’inconscio non è un abisso nascosto, bensì si struttura come un linguaggio e si manifesta sulla superficie del discorso, nei lapsus, nei tratti di ingegno e nei tagli della catena significante, rivelando che il vero scandalo del sintomo non è che esso nasconda un segreto inconfessabile, ma che si mostri in piena luce, sotto gli occhi di tutti, rifiutandosi però di farsi comprendere, laddove il nascosto tipico dell’enigma poliziesco richiede metodo e diligenza come nel caso della diagnosi descrittiva, mentre l’evidente dell’inconscio lacaniano richiede quell’intelletto superiore che in psicoanalisi chiamiamo il coraggio del taglio, ovvero l’atto dell’analista capace di cogliere ciò che è talmente esibito da diventare invisibile, tenendo conto che oggi non soffriamo più soltanto per il rimosso della rimozione edipica classica, ma per l’imperativo del godimento che ci impone di esibire tutto in un’epoca di iper-visibilità dove i corpi, le immagini e le confessioni sono costantemente in primo piano e paradossalmente, in questo mare di trasparenza forzata, il soggetto sparisce perché ciò che abbiamo continuamente sotto gli occhi, come la coazione a ripetere, l’angoscia mascherata da efficienza, la dipendenza dagli oggetti del mercato o il vuoto del legame sociale, non viene letto nella sua verità clinica ma viene banalizzato come normale stile di vita, perdendo così la capacità di interrogarlo, ed è per questo che il compito dell’analista oggi, sulla scia dell’insegnamento recalcatiano, non è fare il detective che scopre il colpevole nascosto nella stanza chiusa, bensì restituire il soggetto alla responsabilità del proprio desiderio indicando ciò che è scandalosamente evidente, come il modo in cui ciascuno si organizza il proprio fallimento amoroso, la ripetizione identica della stessa sofferenza indossata come un abito quotidiano o la sottomissione volontaria a un padrone senza volto, poiché trovare ciò che si ha sotto gli occhi significa fare un passo di lato rispetto al senso comune e permettere al soggetto di inciampare finalmente in quell’evidenza che fingeva di non vedere, spingendoci così a considerare come la clinica psicoanalitica non debba cercare altrove ciò che grida silenziosamente nello specchio della nostra quotidianità, trasformando l’ascolto in un esercizio di radicale smascheramento di ciò che è talmente sovraesposto da essere diventato cieco, e costringendoci a fare i conti con il fatto che il reale non bussa alla porta da un mondo sotterraneo ma si manifesta proprio attraverso l’ingorgo dei nostri stessi oggetti di consumo, dei nostri schermi accesi e delle nostre difese più vistose che esibiscono impunemente il nostro disagio esistenziale senza che nessuno, preso dall’abbaglio della superficie, si prenda più la briga di nominarlo nella sua autentica e perturbante nudità.
Fonti:
M. Recalcati, Jacques Lacan. Desiderio e godimento
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
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