Sisifo è un eroe tragico, condannato per la vita a una punizione assurda, così come è stata assurda la sua stessa di vita. E, come aveva carpito Camus, il suo mito è metafora della vita umana. Ogni giorno ci alziamo da letto, spegniamo la sveglia, andiamo a fare il caffè in un ciclo talvolta banale e quotidiano di gesti a cui non diamo neanche più la stessa importanza. Ma talvolta, come direbbe Lacan, irrompe il Reale. Ci alziamo sempre allo stesso modo, ma nel prendere in mano il cellulare, questo cade per terra, e nel tentativo di raccoglierlo colpiamo il comodino. C’è chi direbbe che potrebbe essere una dimostrazione del fatto che esiste la cosiddetta sfortuna, o c’è chi invece lo prenderebbe dal lato della filosofia. In entrambi i casi, in maniera magari maldestra, ci si pone una domanda che è quasi fondamentale: ma che senso ha tutto ciò?
Tanti rispondono in maniera, per l’appunto, abitudinaria: facciamo parte di un determinato sistema, affinché funzioni, bisogna andare avanti. Tanti invece la subiscono questa condizione di routine, e c’è chi decide di tirarsene fuori. E mai come in quest’epoca si sente parlare di suicidio, soprattutto fra i giovani. Se riprendiamo il mito di Sisifo, Camus stesso, forse influenzato anche da un pensiero religioso, era convinto che la risposta non potesse risiedere nel levarsi dai giochi, non tanto per la facilità della scelta (che prevede sempre una determinata dose di coraggio), quanto più nel sottrarsi a cercare di trovare un senso in questa vita assurda. Secondo il filosofo francese, bisogna trovare un senso anche al dolore stesso.
E d’altronde Camus non fu il primo a interpretare così L’assurdità della vita. Anche Nietzsche, il filosofo di Dresda, promulgava l’idea secondo la quale di fronte ai problemi della vita bisogna rispondere con più vita. Dall’altra parte di questo pensiero vitale, si trova il filosofo rumeno Cioran, il quale, nella sua spietatezza e cinicità, non riusciva a spiegarsi la spietatezza della vita, prendendo la nascita come uno dei suoi più grandi inconvenienti. Ma quindi come bisogna posizionarsi di fronte alla vita, e di conseguenza a chi decide di non viverla più? Lacan ci può essere d’aiuto. Difatti Sisifo è una figura che può essere interpretata lacanianamente, dal momento che uno dei grandi insegnamenti di quel mito è proprio “cerca di dare un senso anche al dolore provocato dal trasportare quella pietra in cima alla montagna.” Perché, in cima alla montagna, non troverai nulla. Altre distese, altre montagne. Quel dolore lì rende Sisifo soggetto in quanto tale. Perché si lo prova, lo rende assoggettato all’assurdità della vita, a un Altro simbolico che ti determina fin da prima della nascita. Però ti rende anche soggetto parlante. Cosa saresti senza dolore? Si può veramente pensare che vivere la massima “sii la versione migliore di te stesso” dei tanto idolatrati mental coach sia applicabile? Se il suicidio è qualcosa da non giudicare, quello che si può dire a riguardo di quel dolore è che la società di oggi ci insegna a non volerlo prendere in considerazione, perché dolore=perdita di efficienza=assenza di produttività. Cosa possiamo contare con il dolore?
In realtà quel dolore, che spesso porta ad atti estremi, ci porta a confrontarci con ciò che ci manca. E ciò che ci manca ci determinerà per la vita, perché una volta trasportato quel masso, oltre la Montagna non troveremo un premio. Tanto vale allora trovare un senso a quel masso, ai nostri passi che, affondati nel terreno, ci portano ad andare avanti.
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Albert Camus – Il mito di Sisifo
Emil Cioran – L’inconveniente di essere nati
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
