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Psicologia

Il tempo logico di Lacan: quando il soggetto decide nel buio dell’incertezza

C’è un testo fondamentale di Jacques Lacan, scritto nel 1945, che andrebbe letto e riletto ogni volta che ci sentiamo paralizzati di fronte a una scelta importante: “Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata. Un nuovo sofisma”. In un’epoca come la nostra, ossessionata dalla pianificazione, dai dati certi e dalla paura costante di sbagliare, la lezione che ci arriva da questo saggio è di una radicalità sconvolgente. Ci ricorda che l’atto umano autentico, quello che ci definisce come soggetti, non nasce mai da un calcolo matematico perfetto, ma richiede un salto, un rischio, un tempo di sospensione che si conclude sempre con un’assunzione di responsabilità. Tutto comincia con una scena degna di un racconto filosofico. Il direttore di una prigione convoca tre detenuti e lancia loro una sfida per riconquistare la libertà. Prende cinque dischi da un sacchetto: tre sono bianchi e due sono neri. Ne sceglie tre e li fissa sulla schiena di ciascuno dei prigionieri, in modo che nessuno possa vederne direttamente il colore né trovare specchi per riflettersi. La regola è spietata: chi per primo riuscirà a dedurre il colore del proprio disco, e saprà motivare logicamente la risposta, otterrà la grazia. Chi sbaglia, invece, andrà incontro al peggio. I tre prigionieri si mettono in cerchio e si guardano. Ognuno di loro ha davanti a sé le schiene degli altri due e vede, in quel momento esatto, due dischi bianchi. A questo punto si apre una dinamica logica straordinaria che Lacan scompone in tre tempi precisi, dimostrando che il tempo del soggetto non è mai quello cronologico degli orologi, ma una struttura logica complessa. Il primo tempo è l’istante dello sguardo. È il momento nudo della percezione: tutti vedono due dischi bianchi. Ma questo dato visivo non basta a nessuno per sapere chi è, perché se ci fossero due dischi neri in gioco, la combinazione visiva sarebbe la stessa. Da qui si passa al secondo tempo, il tempo per comprendere. È il tempo dell’esitazione, del movimento circolare e dell’intersoggettività. Ciascun prigioniero comincia a ragionare mettendosi nei panni degli altri due. Immaginiamo che il prigioniero A pensi: “E se io fossi nero?”. A quel punto, il prigioniero B vedrebbe un bianco e un nero. Ma se B vedesse un bianco e un nero, B saprebbe che il terzo (C) deve essere per forza o bianco o nero. La riflessione si fa complessa, si specchia nei volti e nelle esitazioni reciproche. I tre prigionieri si muovono insieme, si specchiano l’uno nell’esitazione dell’altro. C’è una simmetria di attese: se uno di loro fosse nero, gli altri due avrebbero già reagito rapidamente, perché la combinazione dei dischi avrebbe chiuso prima il cerchio della logica. Ma la simmetria si rompe proprio attraverso il silenzio e il tempo che passa. Ed è qui che si spalanca il terzo tempo: il momento di concludere. Prima che il tempo scada, il soggetto non può più aspettare una prova empirica definitiva dall’esterno. Se continuasse a temporeggiare all’infinito, rimarrebbe intrappolato nell’indecisione clinica ed esistenziale. Ed è a questo punto che si compie la celebre deduzione, l’asserzione di certezza anticipata con cui il prigioniero si alza e pronuncia le parole che lo liberano: «Sono un bianco, e tre sono i motivi: poiché i miei compagni erano dei bianchi, ho pensato che se fossi stato un nero ognuno di essi avrebbe potuto rendersi conto di essere un bianco… e poiché non si sono mossi, vuoldire che sono un bianco». Perché questo sofisma ci interpella così profondamente oggi? Perché descrive esattamente il blocco del soggetto contemporaneo. Nel nostro mondo ipertecnologico e iper-informato, ci viene venduta l’illusione che, accumulando abbastanza dati, recensioni, opinioni o rassicurazioni, si possa azzerare il rischio della scelta. Vogliamo la certezza prima di agire. Ma Lacan, con la sua lettura rigorosa, ci mostra il contrario: la certezza non precede l’atto, è l’atto che produce la certezza. Il prigioniero non si alza perché ha la prova matematica assoluta; si alza perché compie un’anticipazione logica, si getta nel vuoto del sapere assumendosi il peso della propria deduzione. Nella pratica clinica, così come nella vita di tutti i giorni, lo vediamo continuamente. C’è chi rimanda sine die una decisione affettiva, un cambio di lavoro, una svolta esistenziale, paralizzato dal fantasma dell’errore. Si vorrebbe una garanzia totale prima di impegnarsi. Ma il soggetto lacaniano sa che la verità non si trova mai pronta a pacchetto chiuso alla fine di un calcolo: il soggetto si costituisce proprio là dove taglia l’indecisione, scommettendo su di sé. La libertà, ci insegna questo saggio del 1945, non è uno stato di quiete o l’assenza di dubbi, ma la capacità di attraversare il tempo per comprendere e di afferrare l’attimo in cui bisogna concludere. È l’atto concui ci si sbarazza del bisogno di essere rassicurati dall’Altro e ci si assume l’onere di dire “io sono questo”, qui e ora, nel bel mezzo dell’incertezza.

Fonti:

J. Lacan – Il tempo logico e l’asserzione di certezza an$cipata. Un nuovo sofisma (1945), contenuto nel primo volume degli scritti.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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