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Psicologia

Dalla follia dello specchio all’apertura dell’Altro: Dogen e Lacan a confronto

Il folle si vede simile all’altro, ma il saggio vede gli altri come se stesso. Partendo da questa folgorante intuizione di Eihei Dogen, la riflessione si apre immediatamente a un cortocircuito inatteso e fecondo con la psicoanalisi di orientamento lacaniano, offrendoci una chiave di lettura spietata e luminosa sulla struttura del soggetto, sull’illusione dell’Io e sulle possibili traiettorie di un attraversamento della follia, sia essa clinica o quotidiana. Nella prima parte della massima, quel folle che si vede simile all’altro descrive in modo mirabile la trappola costitutiva dello stadio dello specchio teorizzato da Jacques Lacan, il momento in cui l’essere umano si costituisce alienandosi nell’immagine del proprio simile, scambiando il proprio riflesso per una totalità coerente e finendo per rimanere intrappolato in una dialettica a due senza scampo. Nella clinica della psicosi, o nei rigidi recinti della paranoia narcisistica, questa somiglianza diventa un’identificazione speculare persecutoria in cui l’alterità viene radicalmente annullata e l’altro si riduce a un doppio minaccioso, a un alter ego in cui il soggetto è murato vivo per l’assenza di quella terza istanza simbolica che permetterebbe di fare argine al godimento dell’immagine. Il ribaltamento operato da Dogen nella seconda parte della frase — ma il saggio vede gli altri come se stesso — compie invece quel salto logico ed etico che in psicoanalisi potremmo accostare alla destituzione soggettiva e all’attraversamento del fantasma, là dove il soggetto cessa di essere posseduto dal proprio Io e riconosce la propria esatta consistenza di vuoto e di mancanza. Vedere gli altri come se stessi non significa affatto ricondurre l’altro al proprio ego in un rigurgito di proiezione narcisistica, operazione che apparterrebbe ancora al registro della follia immaginaria, bensì significa compiere il lutto dell’eccezione soggettiva per riconoscere che la nudità del desiderio, la ferita del linguaggio e la solitudine radicale abitano ogni essere parlante allo stesso modo. Il saggio di Dogen, proprio come il soggetto che alla fine di un’analisi ha saputo fare del proprio sintomo un sinthomo e ha deposto la fede nell’onnipotenza dell’Io, non domina l’Altro da una posizione di superiorità sapiente, ma abita la propria contingenza riconoscendo nell’altro lo stesso identico deserto simbolico, la stessa carne ferita e la stessa impossibilità di una completezza originaria. In questo orizzonte non-duale, la follia si rivela allora per quello che è, ovvero un eccesso di specularità rigida e cieca che difende disperatamente l’illusione di essere un Uno indivisibile, mentre la saggezza coincide con la caduta di quella barriera illusoria tra il dentro e il fuori, dischiudendo quello spazio etico in cui l’Altro non è più né un nemico da combattere né un doppio da distruggere, ma il luogo stesso in cui risuona, spogliata di ogni maschera, la nostra stessa impronunciabile umanità.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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