Roy Batty, aka Rutger Hauer, arriva alla fine dello scontro con Deckard (Harrison Ford) che ci insegna qualcosa di fondamentale riguardo alla soggettività. Ammantato dalla pioggia, in un monologo che ancora oggi abbiamo impresso nella memoria, ci comunica che la soggettività non solo è legata al desiderio legato alla finitudine dell’esperienza umana, ma che la stessa ha a che fare con una mancanza strutturale.
“E tutti quei momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia”
Blade Runner non è tanto e solo un racconto che si può catalogare nella distopia, ma anche una vera e propria lezione di umanità. Roy Batty, difatti, ci insegna che il soggetto innanzitutto incontra il proprio desiderio nella finitudine della vita. Per tutto il film Ridley Scott ci narra del replicante (questi automi umanoidi) come di una forma di vita oggettuale che non vuole morire, per la paura di non essere più utilizzata dall’essere umano. Roy Batty arriva fino allo scontro con Decker che non vuole morire, ma sembra proprio che, nel momento in cui si deve lasciare andare, la presenza della morte gli permetta di accedere alla sua soggettività, al poter finalmente desidera come un soggetto umano. Il limite che si presenta al replicante lo fa diventare soggetto con una fine determinata, che però non è sconfitta, bensì conquista della possibilità di desiderare.
E che dire dello sguardo finale di Deckard? È lo sguardo che umanizza, che rende Roy un soggetto desiderante e parlante, che gli permette di dire la sua ultima parole da umano, da soggetto che desidero. E finalmente potersi considera un soggetto.
“È tempo di morire.”
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Ridley Scott – Blade Runner
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
