Nel Seminario XV, Jacques Lacan affronta la teoria pavloviana interrogandosi sulla ragione del suo immenso credito all’interno delle facoltà di scienze. La risposta che formula individua il suo fondamento in quella che definisce una dimensione futile. La futilità non rinvia qui a una generica banalità, bensì al rigore etimologico che Lacan rintraccia per caso in un passo di Ovidio: futilis, ovvero il vaso che perde, il recipiente forato che non trattiene nulla. È questa la figura geometrica e topologica su cui poggia l’edificio del comportamentismo. La critica lacaniana smonta l’architettura pavloviana non come un’indagine empirica aperta all’incontro con il reale, ma come una rigorosa tautologia strutturale. Ciò che la sperimentazione si incarica di dimostrare è già rigorosamente postulato in partenza. In questo senso, Pavlov opera da strutturalista inconsapevole: l’apparato sperimentale non fa che estrarre dal cervello ciò che vi era stato preliminarmente supposto. L’intero edificio — che sostiene la fede nella conoscenza, l’ingenua speranza di una trasparenza cognitiva e l’ideologia progressista — poggia su un circolo chiuso in cui l’esito è garantito dal presupposto stesso. La questione del soggetto e la dimensione del vero si celano altrove, irriducibili a questo meccanismo di rimando autoreferenziale. Questa operazione riduzionista non è un reperto storico confinato nei laboratori del Novecento; al contrario, plasma il panorama contemporaneo. Siamo immersi in una versione tecnocratica e 2.0 di quel vecchio pavlovismo: dalle neuroscienze dogmatiche alle bio-politiche dell’efficienza algoritmica, il discorso dominante pretende di esaurire l’umano riducendolo a un organismo da monitorare, a un fascio di risposte standardizzate da correggere quando il sistema devia dalla norma stabilita. Si tratta di trattare l’essere parlante come un vaso stagno, la cui unica funzione è quella di recepire stimoli e produrre performance adeguate. La clinica psicoanalitica, di orientamento rigorosamente freudiano e lacaniano, si muove esattamente nella direzione opposta. Laddove il discorso della scienza e del mercato cercano la quadratura del cerchio, la chiusura del circuito e la corrispondenza perfetta tra input e output, la psicoanalisi parte dal riconoscimento che il soggetto dell’inconscio non solo non è padrone a casa propria, ma si costituisce a partire da una perdita originaria, da un taglio che non si ricuce. Il sintomo non è uno scarto di lavorazione da eliminare o un errore di sistema da riprogrammare con il rinforzo positivo; è l’effettività stessa di quel buco strutturale. Quel vaso che perde non è il difetto da riparare, ma la condizione logica ed etica affinché possa aprirsi lo spazio del desiderio, sottraendosi alla tirannia del sapere supposto intero.
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Fonti:
J. Lacan – Seminario XV
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
