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Psicologia

La fesseria della verità: perché la vita comincia quando smettiamo di prenderci sul serio

“Scherzando si dice la verità.” Quante volte lo abbiamo ripetuto, come un piccolo adagio domestico che assolve le nostre gaffe e giustifica le battute dette sottovoce? Di solito, diamo per scontato che lo scherzo sia solo una spia, un velo sottile dietro cui si nasconde un segreto inconfessabile o un giudizio severo che non abbiamo il coraggio di pronunciare a viso aperto. Ma se ribaltassimo completamente la prospettiva? E se la verità, in realtà, non avesse affatto la consistenza austera, solenne e granitica che le attribuiamo, ma si specchiasse esattamente nella leggerezza — e persino nella stupidità — della fesseria? A spingerci in questo territorio di confine è Jacques Lacan, in un passaggio tra i più folgoranti e paradossali del suo insegnamento:

«Date alla verità quel che è della verità e alla fesseria quel che è della fesseria. Ebbene, non è così semplice, perché verità e fesseria si ricoprono. Se c’è una dimensione inerente alla psicoanalisi non è tanto la verità della fesseria quanto la fesseria della verità.»

Viviamo immersi in un equivoco culturale profondo: pensiamo che la verità sia una roccaforte severa. È ciò che diciamo quando siamo seri, quando l’Io veste i panni del professore, del saggio, di colui che ha saldamente in mano il timone della ragione e sa spiegare il mondo. È il discorso che fila liscio, la tesi ben argomentata, la corazza di certezze con cui ci mettiamo al riparo dal caos dell’esistenza. Ma questa, ci dice Lacan, è la prima grande illusione. Quella che spacciamo per “verità” ufficiale — rigida, accademica, dogmatica, tutta d’un pezzo — non è che una colossale fesseria. È una costruzione difensiva dell’Io, un modo per blindarci contro l’urto imprevedibile del reale. Più pretendiamo di essere padroni del senso, più produciamo una maschera goffa e sproporzionata. È la fesseria travestita da saggezza. Al contrario, la verità che ci riguarda davvero — quella che scotta, che ci attraversa e ci scuote nel profondo — non abita mai nei salotti buoni della coscienza o nei discorsi dei saccenti. Non ha la dignità monumentale dei grandi sistemi filosofici. La verità psicoanalitica si rifugia paradossalmente dove l’armatura si incrina. Si manifesta in uno scarto minimo, in un lapsus che ci tradisce a metà frase, in una bizzarria, in un gesto goffo o in una battuta detta “per scherzo” che all’improvviso ci smaschera di fronte a noi stessi. È la bêtise, la sciocchezza che non vorremmo aver detto, ma che porta impressa la firma inequivocabile del nostro desiderio. C’è un rovesciamento radicale: prima ancora della “verità della fesseria” (l’idea che dietro una stupidaggine si celi un senso nascosto), Lacan ci consegna la formula più spiazzante di tutte: la fesseria della verità. Ogni volta che un discorso umano pretende di farsi assoluto, definitivo, totale e perfettamente sensato, collassa inevitabilmente nel nonsenso e nella farsa. Che cosa fa allora l’analista in uno spazio di cura? Non siede in cattedra a fare la morale o a ristabilire il buon senso. Non cerca la Verità con la maiuscola per rimettere in sesto un Io ferito. L’analista accoglie la fesseria — il sintomo, il lapsus, l’inghippo del linguaggio — non per correggerla o compatirla, ma perché sa che è proprio lì, in quello scarto apparentemente insignificante, che pulsa la vita pulsionale del soggetto. È in quella crepa che il soggetto si ritrova, spogliato delle sue pretese di onnipotenza. In fondo, questo ci riguarda tutti, ben oltre il lettino dello studio analitico. La vita comincia davvero solo quando impariamo a perdere il controllo, quando smettiamo di prenderci così maledettamente sul serio e accettiamo di fare i conti con la nostra stessa inermità. Forse la saggezza più autentica non consiste nell’avere risposte inattaccabili, ma nell’avere il coraggio di abitare quella magnifica, fertile fesseria che siamo.

Fonti:

J. Lacan – Seminario

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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