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Psicologia

Il diritto dell’altro di non amarci: cosa accade quando non sappiamo accettare un rifiuto

Ci sono frasi apparentemente semplici che possono aprire una ferita profonda: «Non ti amo più». «Non voglio stare con te». «Non ti desidero». «Non sei la persona che voglio accanto». Essere rifiutati significa fare esperienza di qualcosa che nessuno di noi può governare completamente: il desiderio dell’altro. Possiamo essere amati e poi non esserlo più. Possiamo desiderare qualcuno che non ci desidera. Possiamo sentirci adatti a una persona e scoprire che quella persona non ci considera tale. Possiamo chiedere una seconda possibilità e ricevere un no. Tutto questo può fare terribilmente male. Il problema non è soffrire davanti a un rifiuto. Il problema comincia quando il dolore per quel rifiuto si trasforma nella convinzione che l’altro non abbia il diritto di rifiutarci. In questi giorni la cronaca ci ha consegnato una storia che impone innanzitutto rispetto, prudenza e silenzio davanti al dolore di una famiglia. Lorena Isceri aveva 45 anni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e riportato dalla stampa, la relazione con Federico Vella era terminata e negli ultimi tempi erano emersi comportamenti ossessivi, gelosia e paura. La madre di Lorena ha raccontato che sua figlia aveva paura dell’ex compagno e che aveva evitato di denunciarlo perché temeva di danneggiarlo. Gli investigatori stanno inoltre approfondendo l’ipotesi della premeditazione: nei giorni precedenti Vella sarebbe stato visto nei pressi dell’abitazione della donna. Il 3 settembre Lorena è stata sequestrata, rinchiusa nel bagagliaio di un’automobile e condotta verso l’autostrada A1. I primi riscontri medico-legali indicano che fosse ancora viva quando è stata gettata dal viadotto; Vella si è poi tolto la vita. Alcuni aspetti della vicenda sono ancora oggetto di accertamento e sarebbe scorretto trasformare ciò che non sappiamo in una certezza psicologica.  Scrivere di questa vicenda non significa cercare nel femminicidio un’occasione per una facile interpretazione psicologica. E sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che un uomo uccida semplicemente perché «non sa accettare un rifiuto». La violenza contro le donne è un fenomeno complesso, attraversato da dimensioni culturali, sociali, relazionali e individuali, e nessuna formula psicologica può esaurirlo. Tanto meno è possibile formulare una diagnosi a distanza su una persona che non abbiamo conosciuto clinicamente. Ma proprio chi si occupa di psicologia e di relazioni ha, a mio avviso, la responsabilità di utilizzare anche lo spazio pubblico per porre una domanda che riguarda tutti noi, molto prima delle sue manifestazioni estreme: che cosa significa accettare che l’altro possa non volerci? Il rifiuto è una delle esperienze più radicali dell’esistenza perché ci mette davanti a un limite che non possiamo negoziare: non possiamo obbligare qualcuno a desiderarci. Possiamo domandare amore, possiamo cercare di sedurre, possiamo spiegare le nostre ragioni, possiamo promettere di cambiare, possiamo sperare che una relazione ricominci. Ma esiste un punto oltre il quale la nostra domanda deve fermarsi: la libertà dell’altro. È un confine tanto semplice da pronunciare quanto difficile, a volte, da accettare. Perché il «no» dell’altro non viene sempre vissuto soltanto come la fine di una relazione. Può essere percepito come un’umiliazione, una sconfitta, un’offesa narcisistica, perfino come la distruzione dell’immagine che avevamo di noi stessi. «Non ti voglio» può diventare, nella nostra mente, «non vali». «Non ti scelgo» può trasformarsi in «non sei abbastanza». «Amo un altro» può essere ascoltato come «l’altro vale più di te». È qui che il rifiuto smette di riguardare soltanto la relazione e investe l’identità. Freud ci ha insegnato quanto profondamente l’amore sia intrecciato al narcisismo. Essere amati sostiene anche il sentimento del nostro valore; perdere l’amore può dunque produrre una ferita che non riguarda soltanto la persona perduta, ma il modo in cui guardiamo noi stessi. Per questo dopo un rifiuto possiamo ossessionarci con domande apparentemente razionali: che cosa ha l’altro che io non ho? Dove ho sbagliato? Perché non sono abbastanza? Come posso convincerla? Come posso riconquistarlo? Domande comprensibili, finché restano domande. Diventano pericolose quando dietro di esse compare un presupposto: se trovo la spiegazione giusta, potrò modificare il desiderio dell’altro. Ma il desiderio non funziona come un’equazione. Jacques Lacan ha posto il desiderio dell’Altro al centro della sua riflessione proprio perché nell’incontro amoroso ci confrontiamo continuamente con un enigma: «Che cosa vuole l’altro da me?». Vorremmo conoscere la risposta definitiva. Vorremmo sapere che cosa dobbiamo essere per essere scelti. Più belli, più forti, più interessanti, più desiderabili, più conformi a determinati standard. Eppure nessuno può garantirci l’amore dell’altro. Non esiste una qualità che produca necessariamente il desiderio. Possiamo corrispondere a tutti gli standard e non essere desiderati dalla persona che desideriamo. Possiamo non corrispondere quasi a nessuno standard ed essere profondamente amati. È una delle verità più difficili dell’amore: l’altro non ci deve il proprio desiderio. E questo vale anche quando ieri ci amava. Una relazione passata non costituisce un diritto sul desiderio presente. Un «sì» pronunciato un anno fa non impedisce un «no» oggi. Nessuna promessa d’amore annulla per sempre la possibilità della separazione. Accettarlo significa riconoscere qualcosa di essenziale: l’altro non è il prolungamento di noi stessi. L’altro esiste. Ed esiste proprio perché può sorprenderci, deluderci, contraddirci, scegliere diversamente da noi e, infine, andarsene. Da questo punto di vista, il rifiuto rappresenta una prova durissima della nostra capacità di riconoscere l’alterità. Finché l’altro risponde al nostro desiderio possiamo illuderci che ci appartenga un poco. Quando dice «no», quella illusione crolla. Il suo desiderio si manifesta improvvisamente come qualcosa che non possiamo possedere. Possiamo soffrire per questo. Possiamo piangere, provare rabbia, sentirci umiliati, attraversare settimane o mesi di dolore. Possiamo aver bisogno di aiuto. Tutto questo appartiene alla condizione umana. Accettare il rifiuto non significa essere indifferenti. Non significa sorridere mentre qualcuno ci lascia. Non significa reprimere la rabbia o vergognarsi della propria disperazione. Significa qualcosa di molto più difficile: soffrire senza trasformare la sofferenza in un diritto sull’altro. C’è una differenza enorme tra dire «non sopporto che tu te ne vada» e dire «non ti permetto di andartene». Nella prima frase c’è il dolore della separazione. Nella seconda compare la pretesa di possesso. È una distinzione che dovremmo insegnare molto presto, perché nella nostra cultura continuiamo talvolta a romanticizzare comportamenti che con l’amore hanno poco a che fare. L’insistenza viene confusa con la determinazione. La gelosia con la profondità del sentimento. Il controllo con la preoccupazione. La richiesta continua di sapere dove si trovi l’altro con l’interesse. Il bisogno di leggere i suoi messaggi con la ricerca di rassicurazione. Il presentarsi sotto casa dopo una rottura con un gesto romantico. Il non accettare un «no» con la prova che «ci tiene davvero». Ma l’amore non si misura dalla quantità di confini che siamo disposti a violare per trattenere qualcuno. Un no rimane un no anche quando ci spezza il cuore. Una separazione rimane una separazione anche quando non la comprendiamo. E quando una persona manifesta paura, quando compaiono minacce, controllo, pedinamenti, persecuzione o violenza, non siamo più davanti alla rappresentazione romantica di qualcuno che «ama troppo». Siamo davanti a segnali che devono essere riconosciuti e presi sul serio. Nel caso di Lorena Isceri, secondo le testimonianze raccolte dalla stampa, la paura era già presente prima dell’omicidio; la madre ha riferito che Lorena si era allontanata per un periodo proprio perché temeva l’ex compagno.  È importante dirlo anche per un’altra ragione: non dovremmo chiedere retrospettivamente alle vittime perché non siano riuscite a prevedere ciò che sarebbe accaduto. La domanda «perché non se n’è andata prima?» o «perché non ha denunciato?» rischia di spostare sulle vittime una responsabilità che non appartiene loro. Uscire da una relazione caratterizzata da paura, controllo o violenza può essere un processo complesso. Nel caso di Lorena, secondo il racconto della madre, proprio la preoccupazione di «non rovinare» la vita dell’ex avrebbe contribuito alla scelta di non denunciarlo.  C’è allora un lavoro culturale da fare anche intorno alla parola rifiuto. Dobbiamo imparare che essere rifiutati non significa essere annientati. Che non essere desiderati da una persona non significa essere indesiderabili. Che essere lasciati non significa essere privati del proprio valore. Che perdere un amore non significa perdere la possibilità di essere amati. Soprattutto, dobbiamo imparare che il dolore non conferisce diritti sul corpo, sulla libertà, sul tempo o sulla vita di chi ha scelto di andarsene. Forse una parte della maturità affettiva consiste esattamente nella possibilità di pronunciare una frase dolorosissima: «Vorrei che tu mi scegliessi, ma riconosco che puoi non farlo». È una frase che contiene una perdita, ma contiene anche il riconoscimento dell’altro. In analisi incontriamo spesso il dolore del rifiuto. Non è necessario patologizzarlo. Talvolta bisogna semplicemente attraversarlo. Elaborare una separazione significa anche tollerare progressivamente che la storia che avevamo immaginato non avrà luogo, che l’altro continuerà la propria vita senza di noi e che anche noi dovremo lentamente ricominciare a desiderare oltre quella persona. Non è immediato. Il lutto amoroso richiede tempo proprio perché non perdiamo soltanto qualcuno: perdiamo il futuro che avevamo costruito insieme a lui nella nostra fantasia. Ma esiste una differenza fondamentale tra elaborare la perdita e rifiutare la realtà della perdita. Nel primo caso il dolore, per quanto intenso, può trasformarsi. Nel secondo l’altro rischia di essere continuamente inseguito, interrogato, sorvegliato, colpevolizzato perché si pretende che cancelli con il proprio ritorno una ferita che invece appartiene ormai a chi è stato lasciato. È qui che chiedere aiuto può diventare decisivo. Quando dopo una separazione la rabbia diventa incontrollabile, quando il pensiero dell’ex occupa ogni spazio, quando nasce l’impulso di seguirlo, controllarlo, minacciarlo, punirlo o fargli paura, non bisogna romanticizzare ciò che sta accadendo. Bisogna fermarsi e rivolgersi a qualcuno. Chiedere aiuto prima che la sofferenza diventi azione non è una sconfitta: è assumersi la responsabilità del proprio dolore. E dall’altra parte, quando si ha paura di un partner o di un ex partner, quando un rifiuto produce minacce, appostamenti, controllo o persecuzione, la paura non deve essere minimizzata in nome dei sentimenti che sono esistiti. La storia condivisa non obbliga nessuno a proteggere chi lo sta spaventando. Non è compito della persona minacciata curare, salvare o impedire le conseguenze che una denuncia potrebbe avere per chi la minaccia. Il femminicidio di Lorena Isceri non deve diventare una metafora, né una storia da utilizzare per produrre una spiegazione rassicurante. Una donna è stata uccisa e una famiglia oggi affronta una perdita irreparabile. Possiamo però permettere che ciò che è accaduto ci costringa a parlare, seriamente, di ciò che spesso preferiamo chiamare amore anche quando amore non è. Educare al desiderio significa anche educare al limite. Significa insegnare che possiamo desiderare intensamente qualcuno senza possederlo. Che possiamo essere disperati per un abbandono senza trasformare l’altro nel responsabile della nostra esistenza. Che possiamo ricevere un no senza doverlo convertire in vendetta. Che la libertà dell’altro non comincia soltanto quando coincide con ciò che vogliamo noi. Comincia precisamente quando può contraddirci. Forse è questo uno degli apprendimenti più dolorosi e più necessari della vita affettiva: non tutti ci ameranno, non tutti continueranno ad amarci, non tutti ci sceglieranno. Qualcuno ci dirà che non siamo ciò che desidera. Qualcuno se ne andrà proprio quando vorremmo che restasse. E noi avremo il diritto di soffrire, di essere arrabbiati, di sentirci perduti, di chiedere aiuto. Ma non avremo mai il diritto di trasformare quella sofferenza nella prigione dell’altro. Perché accettare un rifiuto non significa dire che quel rifiuto non ci ferisce. Significa riconoscere che esiste qualcosa di più importante della nostra ferita: la libertà dell’altro. L’amore può chiedere di essere scelto. Non può pretendere di esserlo.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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