Un tizio con la benda sull’occhio, particolarmente irascibile e di poche parole, viene mandato all’interno di una Manatthan post apocalittica, oramai invasa da gruppi di sovversivi, a recuperare il Presidente degli Stati Uniti, prima che un timer collegato con una bomba gli faccia saltare il corpo. Ci siamo fino a qui? Iena Plissken, antieroe protagonista di 1997 Fuga da New York, però non è soltanto l’uomo cinico che attraversa l’inferno per eseguire un ordine. È un soggetto che cerca costantemente di sottrarsi allo sguardo dell’Altro. Iena in tutti i modi vuole continuare a essere Mr Nessuno, ma ciò entra in contrasto con un mondo che continua a dirgli cosa deve essere.
E questo tentativo di fuga dall’Altro viene in primo luogo dal nome. Iena difatti è come si presenta a tutti: Chiamami Iena. Ogni persona che incontra sul suo cammino cerca di ricordargli determinati suoi particolari del passato, appellandolo come ex criminale, eroe, soldato. Ma lui a tutti risponde con il mantenimento di un’identità minima: Iena. E Iena compie un movimento contrario a quello che è la natura del soggetto. Lacan sostiene che il soggetto non coincide mai con l’immagine di sè. Siamo fin da sempre colti all’interno delle maglie degli appellativi dell’Altro. Prima ancora di poterci definire, l’Altro ha già parlato per noi. E questo Iena non può accettarlo. Ma, c’è un piccolo problema: è impossibile.
È impossibile non solo perché non ci si può sottrarre da questo universo simbolico, ma anche perché è proprio l’Altro a volerci interpellare in primo luogo. E lo fa talvolta nella maniera più subdola. Nel caso di Iena, la sua nazione gli chiede di salvare il Presidente, promettendogli una libertà. Una libertà che, illusoriamente, gli permetterebbe di essere solo e semplicemente Iena. Iena vorrebbe rimanere fuori da questo sistema, ma proprio il fascino della apparente libertà gli fa accettare l’incarico. Inconsapevolmente accetta di rimanere dentro a quello stesso sistema dal quale si vorrebbe liberare: è l’Altro che vuole determinare quando potrà essere libero.
Poi c’è l’occhio. Quell’occhio così tanto caratteristico del nostro protagonista. Sembra quasi che la benda che porta sull’occhio voglia sostituire l’indossare una maschera, renderlo anonimo, ma al contempo impenetrabile rispetto allo sguardo dell’Altro. Quella benda funge, inconsciamente, da maschera per Iena, che si vuole estraniare da coloro che hanno uno sguardo. Invece è proprio quella benda che lo rende ancora più determinabile dall’Altro. Più cerca di essere nessuno, più inevitabilmente diventa qualcuno. Cerca costantemente di rifiutare qualsiasi significato gli venga attribuito, e lo fa a partire dal nome che sceglie, al come si posiziona verso l’Altro: fuori dal mondo del linguaggio. Ma Iena non è libero dall’idendità. Però combatte contro tutto ciò.
La fuga è proprio questa: una fuga lontano da un Altro subdolo che ti vuole determinare, che si traduce in una fuga dalle insegne, dalle determinazioni. Ma Iena ci insegna qualcosa di fondamentale. Non è tanto uscire fuori dalla prigione del linguaggio la soluzione, quanto più sapere cosa farsene di quello che l’Altro ti attribuisce. E Iena, alla fine del film, diventa proprio quel criminale libero di cui tutti cercavano di determinarne l’identità.
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John Carpenter – 1997 Fuga da New York
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
