Quando ciò che dovrebbe raccontarci finisce per imprigionarci
«Una ragnatela di parole è l’inferno per chi vi resta impigliato. Sii cauto con le parole, sceglile bene, prendi parole sicure, parole prive di appigli. Non tesserne una all’altra, affinché non ne nasca una ragnatela, perché tu saresti il primo a restarvi impigliato. La parola è quel vi è di più futile e di più potente. Nella parola confluiscono il vuoto e il pieno». — Carl Gustav Jung, Il libro rosso
Ci sono parole che pronunciamo per spiegare ciò che ci accade e parole che, a forza di essere ripetute, finiscono per decidere al nostro posto ciò che ci sta accadendo. È forse in questa ambivalenza che si può cogliere tutta la potenza dell’immagine utilizzata da Jung: la parola non soltanto come strumento attraverso cui l’essere umano tenta di dare forma alla propria esperienza, ma come filo capace di legarsi ad altri fili fino a costruire una trama nella quale, senza accorgersene, il soggetto stesso può restare imprigionato. Accade molto più frequentemente di quanto immaginiamo. «Sono fatto così». «Non cambierò mai». «Gli altri mi abbandonano sempre». «Devo essere forte». «Non sono abbastanza». «Nessuno può capirmi». All’inizio sembrano semplicemente frasi, poi diventano spiegazioni e infine rischiano di trasformarsi in destini. La loro forza non dipende necessariamente dalla loro verità, ma dalla capacità che hanno acquisito di organizzare retroattivamente la nostra esperienza: iniziamo a selezionare gli avvenimenti che le confermano, a interpretare gli incontri attraverso di esse, persino a riconoscere noi stessi soltanto all’interno della storia che quelle parole hanno costruito. La ragnatela, allora, non è fatta soltanto di menzogne, ed è proprio questo a renderla così difficile da vedere. È fatta anche di parole che un tempo sono state necessarie, di definizioni ricevute dagli altri, di nomi attraverso i quali abbiamo tentato di rendere sopportabile qualcosa che non riuscivamo ancora a comprendere. Una parola può averci protetto in un determinato momento della nostra storia e diventare, anni dopo, la gabbia attraverso cui continuiamo a leggere noi stessi. Un bambino definito continuamente «difficile» può imparare progressivamente a riconoscersi nella difficoltà che gli altri gli attribuiscono. Chi ha dovuto essere «quello forte» all’interno della propria famiglia può arrivare da adulto a non concedersi più il diritto della fragilità. Chi ha conosciuto l’abbandono può costruire intorno a quella parola una trama così fitta da incontrare ogni nuova relazione aspettando, prima ancora che accada, il momento in cui verrà nuovamente lasciato. Non perché le parole possiedano un potere magico, ma perché abitiamo anche le parole attraverso cui siamo stati raccontati. La psicoanalisi ha portato questa intuizione ancora più lontano. Il soggetto non utilizza semplicemente il linguaggio come uno strumento esterno a sé: nasce in un mondo che ha già parlato di lui prima ancora che potesse prendere la parola. Un nome è stato scelto, delle aspettative lo hanno preceduto, qualcuno ha immaginato cosa sarebbe diventato, a chi avrebbe assomigliato, quale posto avrebbe occupato. Prima di poter dire «io», siamo già stati detti. Eppure sarebbe un errore pensare che il lavoro analitico consista semplicemente nel sostituire parole negative con parole positive. Non si tratta di convincere qualcuno che «vale abbastanza» al posto di «non valgo nulla», né di costruire una narrazione più rassicurante da sovrapporre alla precedente: sarebbe soltanto un’altra ragnatela, magari più confortevole. L’esperienza analitica introduce piuttosto una possibilità differente: ascoltare le parole fino al punto in cui smettono di sembrare ovvie. Perché proprio quella parola? Perché ritorna sempre quella frase? Di chi è quella voce che continuiamo a chiamare nostra? Che cosa accadrebbe se, almeno per un istante, smettessimo di raccontarci attraverso la definizione che ci accompagna da una vita? È allora che nel linguaggio può aprirsi una crepa. Jung scrive qualcosa di straordinario quando afferma che nella parola confluiscono «il vuoto e il pieno», perché nessuna parola riesce davvero a contenere interamente ciò che pretende di nominare. Possiamo pronunciare amore, madre, paura, abbandono, desiderio, ma tra la parola e l’esperienza rimane inevitabilmente uno scarto. Ed è forse proprio quello scarto a salvarci. Se una parola coincidesse definitivamente con ciò che siamo, non avremmo alcuna possibilità di diventare altro. Se «fallito», «fragile», «malato», «forte», «figlio», «madre», «vittima», «vincente» potessero esaurire completamente un essere umano, la sua storia sarebbe già conclusa nel momento stesso in cui viene nominata. Ma qualcosa eccede sempre il nome che riceve. Per questo la parola può imprigionare, ma può anche aprire; può costruire una ragnatela oppure permetterci di accorgerci che quella ragnatela esiste. Forse il punto non è allora trovare finalmente la parola giusta capace di dire chi siamo, ma diventare abbastanza liberi da non dover più coincidere completamente con nessuna delle parole attraverso cui, per tutta la vita, abbiamo cercato di definirci. Perché alcune prigioni non hanno muri: hanno frasi che abbiamo ripetuto così tante volte da aver dimenticato che, un giorno, qualcuno le ha pronunciate per la prima volta.
—-
Fonti:
C. G. Jung – Libro Rosso
—-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
