L’inferno del miglioramento infinito
“Diventa la versione migliore di te stesso.” È difficile trovare una frase che incarni meglio una certa promessa del nostro tempo. La incontriamo nei libri, nei podcast, nelle palestre, nei corsi motivazionali, nei profili social, nei discorsi sul lavoro e ormai persino nel linguaggio della salute mentale. Apparentemente contiene un invito luminoso: non accontentarti, cresci, prenditi cura di te, supera ciò che ti limita, realizza le tue possibilità. Eppure, nascosta dentro questa formula così rassicurante, potrebbe esserci una frase molto meno benevola: quello che sei adesso non va ancora bene. È qui che il miglioramento smette di essere una possibilità e rischia di trasformarsi in un imperativo. Non basta più vivere: bisogna evolvere. Non basta lavorare: bisogna realizzarsi. Non basta avere un corpo: bisogna ottimizzarlo. Non basta attraversare un dolore: bisogna trasformarlo in crescita. Non basta riposare: bisogna recuperare energie per tornare più produttivi. Non basta conoscersi: bisogna continuamente lavorare su se stessi. Persino la fragilità deve produrre qualcosa, persino la crisi deve diventare occasione, persino una ferita sembra acquistare dignità soltanto quando possiamo raccontare ciò che ci ha insegnato. L’esistenza rischia così di assumere la forma di un cantiere permanente nel quale il soggetto è contemporaneamente operaio, architetto e materiale difettoso da correggere. È proprio qui che un’antica categoria filosofica può diventare sorprendentemente contemporanea: ciò che Hegel chiamava il cattivo infinito. Non si tratta semplicemente di qualcosa che dura per sempre, ma di un movimento incapace di trovare compimento perché ogni limite viene superato soltanto per incontrarne immediatamente un altro. Ancora, e poi ancora, e poi ancora. Un infinito che procede aggiungendo continuamente qualcosa senza modificare davvero la logica che lo sostiene. È l’orizzonte che arretra mentre tentiamo di raggiungerlo. Trasportato nella nostra quotidianità, questo movimento appare quasi ovunque: ancora un risultato, ancora un corso, ancora un allenamento, ancora un viaggio, ancora un obiettivo, ancora un libro da leggere, ancora un’abitudine da correggere, ancora un difetto da eliminare, ancora una versione di noi da superare. Il problema non è desiderare di cambiare. Sarebbe assurdo trasformare la psicoanalisi in un elogio dell’immobilità. Il problema comincia quando non esiste più alcuna forma di sé autorizzata a essere sufficiente per il presente, perché ogni presente viene giudicato esclusivamente dalla prospettiva di ciò che dovrebbe diventare. L’oggi non viene vissuto: viene utilizzato come materiale preparatorio per il domani. E il domani, quando finalmente arriva, diventa immediatamente il punto di partenza per un altro domani. Il soggetto vive così in una sorta di anticamera permanente della propria esistenza, sempre sul punto di diventare qualcuno e mai realmente autorizzato a essere colui che è. La promessa è straordinariamente seducente: un giorno sarai abbastanza disciplinato, abbastanza consapevole, abbastanza sano, abbastanza bello, abbastanza produttivo, abbastanza risolto, abbastanza amato. Ma quel giorno possiede una caratteristica inquietante: non arriva mai. Ogni conquista modifica semplicemente la misura con cui valutiamo la successiva. Il corpo ottenuto diventa il corpo da perfezionare. La promozione conquistata diventa il livello dal quale ripartire. I mille follower rendono desiderabili i diecimila. La consapevolezza raggiunta fa emergere nuove zone sulle quali “lavorare”. Persino la serenità può diventare una prestazione: bisogna dormire bene, meditare correttamente, mangiare consapevolmente, respirare meglio, organizzare il tempo, stabilire confini sani, eliminare le persone tossiche, coltivare relazioni funzionali, essere presenti, centrati, resilienti. Non è più sufficiente stare al mondo: occorre dimostrare di saperlo fare nel modo giusto. Freud aveva mostrato quanto profondamente la civiltà si inscriva nella vita pulsionale del soggetto attraverso rinunce, divieti e sensi di colpa. Ma una delle intuizioni più destabilizzanti della psicoanalisi successiva consiste nel riconoscere che il comando non opera soltanto dicendoci “non devi”. Può diventare ancora più feroce quando ci ordina di godere, riuscire, realizzarci. Lacan coglie qualcosa di decisivo nel carattere paradossale del Super-Io: l’istanza che pretende da noi non conosce facilmente sazietà. Più le obbediamo, più può aumentare la propria richiesta. È per questo che il soggetto contemporaneo può ritrovarsi sottoposto a un comando apparentemente emancipatorio e tuttavia spietato: sii felice, sii autentico, godi della vita, realizza il tuo potenziale, diventa finalmente te stesso. Se non ci riesci, inoltre, la colpa rischia di ricadere interamente su di te. Le possibilità c’erano, gli strumenti erano disponibili, i tutorial erano gratuiti, i libri spiegavano come fare, qualcuno sui social ce l’ha fatta. Se sei ancora infelice, stanco, insoddisfatto o confuso, forse non hai lavorato abbastanza su te stesso. È una forma particolarmente sofisticata di colpevolizzazione perché assume il linguaggio della libertà. Un tempo ci si sentiva in colpa per aver desiderato troppo; oggi rischiamo di sentirci in colpa per non essere diventati abbastanza. E il mercato comprende perfettamente questa inquietudine, perché un soggetto definitivamente soddisfatto sarebbe, sotto molti aspetti, un pessimo consumatore. È molto più fertile un individuo al quale ricordare continuamente la distanza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. Non ti viene venduto semplicemente un oggetto: ti viene mostrata una versione possibile di te. Questo vestito non è soltanto un vestito, è il te più desiderabile; questo corso non è soltanto un corso, è il te più competente; questa palestra promette il te più disciplinato; questo viaggio il te più interessante; questa applicazione il te più organizzato; questa routine mattutina il te più produttivo. L’oggetto cambia, ma la struttura resta identica: tu non sei ancora quello che potresti essere. E appena acquistiamo qualcosa che prometteva di colmare quella distanza, il sollievo dura il tempo necessario perché la distanza si ricostituisca altrove. La psicoanalisi conosce bene questo meccanismo perché il desiderio non funziona come una semplice fame che trova un oggetto e si estingue. L’essere umano può ottenere esattamente ciò che pensava di volere e scoprire, subito dopo, che il desiderio si è già spostato. Non perché sia necessariamente ingrato o patologico, ma perché nessun oggetto concreto coincide definitivamente con ciò che causa il desiderio. Il problema contemporaneo non consiste dunque nell’esistenza della mancanza; consiste nella gigantesca macchina culturale che ci promette continuamente di poterla eliminare attraverso il prossimo oggetto, il prossimo risultato, la prossima esperienza, la prossima trasformazione di noi stessi. L’uomo contemporaneo non soffre soltanto perché gli manca qualcosa. Soffre perché gli viene continuamente promesso che la prossima cosa sarà quella che finalmente non gli farà mancare più nulla. In questo senso il cattivo infinito non è soltanto economico o tecnologico: diventa una forma della soggettività. Pensiamo allo scrolling. Non esiste un ultimo contenuto. Il dito può continuare indefinitamente perché la struttura stessa del dispositivo elimina il punto conclusivo. Un video promette quello successivo, una notizia conduce a un’altra, un’immagine viene immediatamente sostituita da un’altra immagine. Non è neppure necessario che ciò che guardiamo ci piaccia davvero. Continuiamo. Ancora uno. Il gesto è minuscolo, ma la sua logica è enorme: la soddisfazione non deve arrivare, deve restare abbastanza vicina da farci continuare. La stessa struttura può penetrare nel lavoro. Ogni risultato diventa rapidamente insufficiente perché il confronto non avviene più soltanto con gli altri, ma con una versione idealizzata di noi stessi che, proprio perché immaginaria, può essere continuamente perfezionata. C’è sempre qualcuno che si sveglia prima, guadagna di più, legge più libri, possiede un corpo migliore, viaggia maggiormente, lavora mentre noi riposiamo, sembra più felice mentre noi dubitiamo. I social non hanno inventato il confronto, ma gli hanno consegnato un ambiente senza confini. Una volta ci confrontavamo con un numero relativamente limitato di persone; oggi possiamo confrontare ogni frammento della nostra vita con l’eccellenza selezionata di milioni di sconosciuti. Il nostro corpo con il corpo migliore che l’algoritmo riesce a mostrarci, il nostro lavoro con la carriera più spettacolare, la nostra relazione con la coppia più fotogenica, la nostra domenica pomeriggio con il viaggio dall’altra parte del mondo di qualcuno che non abbiamo mai incontrato. Il risultato non è necessariamente l’invidia. Può essere qualcosa di più sottile: la sensazione persistente che la nostra vita sia sempre una bozza. Ma forse il punto più delicato emerge quando questa logica entra nel territorio della salute mentale. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una diffusione straordinaria del lessico psicologico nel linguaggio quotidiano. Trauma, trigger, narcisismo, dipendenza affettiva, attaccamento, confini, relazioni tossiche, elaborazione, consapevolezza, guarigione. In molti casi questa diffusione ha prodotto qualcosa di prezioso: sofferenze che un tempo venivano taciute hanno trovato parole, persone che si sentivano sole hanno riconosciuto esperienze comuni, chiedere aiuto è diventato meno vergognoso. Sarebbe sciocco negarlo. Eppure ogni linguaggio, quando diventa dominante, produce anche i propri rischi. Uno di questi consiste nel trasformare la vita psichica in un programma di manutenzione permanente. Ogni comportamento deve essere analizzato, ogni relazione classificata, ogni sofferenza ricondotta a un trauma, ogni fragilità elaborata, ogni legame sottoposto al tribunale della funzionalità. Persino la terapia può allora essere catturata dal cattivo infinito: non più un luogo nel quale interrogare il proprio desiderio, ma uno strumento per diventare progressivamente più efficienti nel vivere. Si può arrivare a domandarsi: “Perché dopo anni di terapia provo ancora angoscia?”, “Perché continuo ad avere delle fragilità?”, “Perché conosco il mio problema ma continuo a soffrire?”, come se la conoscenza di sé dovesse condurre a una condizione finale nella quale il soggetto fosse finalmente trasparente a se stesso, pacificato, coerente, privo di contraddizioni. Come se esistesse da qualche parte un essere umano completamente guarito. È qui che la psicoanalisi può pronunciare qualcosa di scandaloso per la sensibilità contemporanea: forse non dobbiamo guarire da tutto. Non perché la sofferenza debba essere romanticizzata, né perché un sintomo non possa cambiare, ma perché vivere non significa raggiungere uno stato definitivo di assenza di conflitto. C’è una differenza enorme tra trasformare ciò che ci fa soffrire e pretendere di eliminare da noi stessi ogni opacità, ogni mancanza, ogni contraddizione. La prima possibilità appartiene alla cura; la seconda rischia di appartenere alla fantasia di perfezione. La psicoanalisi, nella sua forma più radicale, non promette di consegnare al mondo la “versione migliore” del paziente. Non possiede neppure un modello universale di quale dovrebbe essere quella versione. Chi stabilirebbe che cosa significa migliore? Più produttivo? Più adattato? Più sereno? Più socievole? Più capace di amare? Più indipendente? Più conforme alle aspettative sociali? Se l’analista sapesse in anticipo ciò che il soggetto deve diventare, l’analisi sarebbe soltanto una pedagogia mascherata. Il punto è invece permettere che emerga qualcosa del desiderio singolare di quella persona, anche quando non coincide con l’ideale che il mondo, la famiglia o il soggetto stesso avevano preparato per lei. Qui si apre una differenza essenziale tra desiderare un cambiamento ed essere perseguitati dall’obbligo di cambiare. Nel primo caso posso riconoscere qualcosa della mia vita che non mi appartiene più e assumermi il rischio di modificarlo; nel secondo, ogni forma presente di me stesso viene svalutata in nome di un ideale futuro. Il miglioramento infinito possiede così una crudeltà particolare: ci impedisce di incontrare la persona che siamo perché siamo continuamente occupati a fabbricare quella che dovremmo diventare. Il soggetto può trascorrere anni a prepararsi a vivere. Prima deve dimagrire, poi trovare il lavoro giusto, poi risolvere quella ferita, poi diventare economicamente stabile, poi trovare la relazione sana, poi imparare ad amarsi, poi raggiungere l’equilibrio. Soltanto allora potrà finalmente concedersi la vita. Ma ogni “allora” genera un altro “prima”. È il cattivo infinito nella sua forma esistenziale: la vita rinviata in nome della vita migliore. E forse è qui che dobbiamo recuperare il valore del limite. Il nostro tempo tende facilmente a rappresentarlo come un nemico: il limite è ciò che bisogna superare, abbattere, trascendere. E certamente esistono limiti ingiusti che devono essere combattuti. Ma non ogni limite è un’oppressione. Alcuni limiti sono ciò che permette a una forma di esistere. Una parola senza fine diventa rumore; una scelta che non esclude nulla non è una scelta; una relazione che pretende di contenere tutte le possibilità dell’amore diventa impossibile; una vita che vuole essere tutte le vite possibili rischia di non abitarne davvero nessuna. Accettare il limite non significa arrendersi. Significa riconoscere che essere qualcuno comporta inevitabilmente non essere tutto. Ogni scelta autentica contiene una perdita, ogni amore lascia fuori altri amori possibili, ogni vocazione rinuncia ad altre vite, ogni identità conserva qualcosa di incompiuto. Forse maturare non significa abolire questa perdita, ma riuscire progressivamente a sostenerla. Da questo punto di vista, la promessa di diventare la versione migliore di noi stessi potrebbe essere una delle forme contemporanee della difficoltà ad accettare la castrazione simbolica: l’idea che da qualche parte esista un Io finalmente completo, riconciliato, performante, desiderabile e senza mancanza, e che attraverso abbastanza disciplina potremmo raggiungerlo. Ma quell’Io arretra a ogni nostro passo perché è costruito proprio per non essere raggiunto. Ha bisogno della nostra insufficienza per continuare a esistere. È per questo che possiamo trascorrere una vita intera correndo verso qualcuno che non incontreremo mai: noi stessi senza difetti. Forse allora la domanda decisiva non è “come posso diventare migliore?”, ma “chi mi ha insegnato che, per meritare la mia vita, devo continuamente migliorarmi?”. Di chi è lo sguardo davanti al quale non siamo mai abbastanza? A quale ideale stiamo tentando di corrispondere? Che cosa temiamo accadrebbe se, per un istante, smettessimo di correggerci? Queste domande non conducono all’autocompiacimento, ma aprono uno spazio nel quale il cambiamento può finalmente smettere di essere un obbligo. Perché c’è un paradosso: alcune trasformazioni diventano possibili soltanto quando smettiamo di odiarci per non essere ancora cambiati. Non tutto ciò che accettiamo rimane uguale; qualche volta è proprio ciò che finalmente possiamo guardare senza disprezzo a diventare trasformabile. La psicoanalisi non invita il soggetto ad accontentarsi di tutto ciò che è. Lo invita, semmai, a interrogare il tribunale davanti al quale continua a sentirsi insufficiente. E forse questa è una delle differenze più profonde tra l’analisi e l’industria del miglioramento personale: quest’ultima spesso ci offre strumenti per ridurre la distanza dall’ideale; l’analisi può arrivare a domandare perché quell’ideale abbia acquisito il diritto di giudicare la nostra esistenza. Non si tratta quindi di smettere di studiare, allenarsi, desiderare, curarsi, cambiare lavoro, attraversare una terapia o cercare una vita più soddisfacente. Si tratta di distinguere il desiderio dalla condanna. Posso volere qualcosa senza trasformare ciò che sono oggi in un errore. Posso cambiare senza considerare la mia versione precedente un fallimento. Posso prendermi cura del mio corpo senza odiarlo. Posso andare in analisi senza immaginare che alla fine ne uscirà un essere umano definitivamente risolto. Posso avere ambizioni senza fare del futuro il giudice permanente del presente. Forse il contrario del cattivo infinito non è smettere di desiderare, ma restituire al desiderio la possibilità di incontrare un limite, di scegliere, di perdere, di concludere, persino di dire: questo, per me, può bastare. “Basta” è una parola quasi oscena in una cultura costruita sull’“ancora”. Eppure può contenere una forma inattesa di libertà. Basta non significa necessariamente rinuncia; può significare che non abbiamo più bisogno di utilizzare ogni istante della nostra esistenza come investimento sulla persona che saremo domani. Forse una vita non deve continuamente dimostrare di essere in crescita per avere valore. Forse non ogni dolore deve diventare insegnamento, non ogni caduta resilienza, non ogni pausa produttività, non ogni fragilità occasione di miglioramento. Alcune esperienze possono semplicemente essere attraversate. Alcune ferite possono lasciare una cicatrice. Alcune domande possono rimanere aperte. Alcune parti di noi possono non diventare mai efficienti, luminose o presentabili. Ed è proprio lì che potrebbe iniziare una forma meno spettacolare ma più autentica di libertà: non l’assenza di mancanza, ma la possibilità di non trascorrere tutta la vita tentando disperatamente di colmarla. Forse la libertà non comincia quando diventiamo finalmente la versione migliore di noi stessi. Comincia quando smettiamo di considerare quella che siamo oggi soltanto come una versione provvisoria da correggere.
Dott. Giocondo Vivone
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Fonti:
G. W. F. Hegel, Scienza della logica, Libro I, Dottrina dell’essere
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
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