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Psicologia

Il rapporto sessuale non esiste

E forse è proprio per questo che possiamo amare

«Non c’è rapporto sessuale». Poche formule di Jacques Lacan hanno avuto la stessa capacità di provocare equivoci, resistenze e fascinazione. Letta fuori dal contesto, sembra quasi una boutade: una negazione assurda dell’evidenza, pronunciata da uno psicoanalista deciso a rendere complicato ciò che appare semplicissimo. Gli esseri umani hanno rapporti sessuali, si innamorano, convivono, si sposano, si tradiscono, si lasciano, fanno figli. Che cosa potrebbe significare allora affermare che il rapporto sessuale “non esiste”? Certamente non che il sesso non esista. E nemmeno che l’amore sia un’illusione o che l’incontro tra due persone sia impossibile. La formula lacaniana indica qualcosa di molto più radicale: non esiste una formula capace di garantire il rapporto tra due soggetti, non esiste una complementarità prestabilita che permetta all’uno di coincidere perfettamente con l’altro. Non siamo due pezzi di un oggetto spezzato che attendono soltanto di ricongiungersi. Non esiste, inscritta nell’essere umano, un’equazione capace di dire una volta per tutte come il desiderio dell’uno debba corrispondere al desiderio dell’altro, come il godimento dell’uno possa completare quello dell’altro, come due possano finalmente fare Uno. Ed è precisamente per questo che la frase di Lacan, formulata più di mezzo secolo fa e sviluppata soprattutto nei Seminari XVIII e XX, sembra parlare con una precisione sorprendente del nostro presente. Perché forse non abbiamo mai posseduto tanti strumenti per cercare la persona giusta e, contemporaneamente, non siamo mai stati così ossessionati dall’idea che da qualche parte essa debba esistere. Le applicazioni di incontri rappresentano quasi la realizzazione tecnologica di un’antica fantasia: trasformare l’incontro amoroso in un problema di compatibilità. Età, distanza, interessi, orientamento, professione, abitudini, valori, preferenze, fotografie. Aggiungiamo informazioni, perfezioniamo i criteri, restringiamo il campo. Dietro questo processo sembra nascondersi una promessa: se disponessimo di abbastanza dati, potremmo finalmente trovare chi corrisponde a noi. L’amore diventerebbe una questione di calcolo. Il caso potrebbe essere progressivamente eliminato, l’incompatibilità prevista, il rischio ridotto. Eppure basta l’esperienza più elementare per incrinare questa fantasia. Possiamo incontrare qualcuno che possiede tutte le caratteristiche che sostenevamo di cercare e non desiderarlo affatto. Possiamo desiderare disperatamente qualcuno che contraddice quasi tutto ciò che avevamo dichiarato di volere. Possiamo compilare la lista perfetta del partner ideale e innamorarci della persona che non la rispetta. Il desiderio non legge il curriculum. È uno dei grandi scandali dell’esperienza amorosa: ciò che ci attrae non coincide necessariamente con ciò che consideriamo razionalmente desiderabile. Possiamo sapere perfettamente che una relazione non ci conviene e continuare a desiderarla; possiamo incontrare una persona “giusta” e avvertire che manca qualcosa senza essere capaci di dire cosa. Freud aveva già infranto l’idea di un soggetto trasparente a se stesso: non siamo padroni in casa nostra, e ciò che desideriamo non coincide necessariamente con ciò che crediamo di desiderare. Lacan porta questa frattura ancora più lontano. Il desiderio umano è preso nel linguaggio, nella mancanza, nello sguardo e nel desiderio dell’Altro. Non esiste un istinto capace di guidarci infallibilmente verso il nostro complemento. Eppure una parte enorme della nostra cultura amorosa continua a raccontarci esattamente il contrario. Parliamo di “anima gemella”, di “persona giusta”, di qualcuno “fatto per noi”, della metà mancante. L’immagine è antichissima e potentissima perché promette qualcosa che desideriamo profondamente: la fine della divisione. Da qualche parte esisterebbe qualcuno capace di comprenderci senza resto, desiderarci nel modo esatto in cui vogliamo essere desiderati, amarci senza fraintenderci, rassicurarci senza soffocarci, lasciarci liberi senza farci sentire abbandonati, essere presente quando lo vogliamo e distante quando ne abbiamo bisogno. Una persona capace, insomma, di risolvere la contraddizione che siamo. Ma l’altro reale commette continuamente un errore imperdonabile: continua a essere altro. Ha desideri propri, tempi propri, fantasie proprie. Interpreta diversamente le nostre parole. Non comprende ciò che pensavamo fosse evidente. Talvolta ci offre ciò che chiedevamo e scopriamo che non era ciò che volevamo. Talvolta non ci offre ciò che chiediamo e proprio per questo continuiamo a desiderarlo. È qui che “non c’è rapporto sessuale” smette di apparire come un oscuro paradosso teorico e diventa quasi una descrizione dell’esperienza quotidiana dell’amore: tra ciò che dico e ciò che l’altro ascolta rimane uno scarto; tra ciò che desidero e ciò che ottengo rimane uno scarto; tra il mio godimento e quello dell’altro rimane uno scarto. L’altro non arriva mai esattamente nel luogo che gli avevamo preparato. E forse una parte enorme della sofferenza amorosa nasce non semplicemente da questo scarto, ma dalla convinzione che esso non dovrebbe esserci. Non soffriamo soltanto perché l’altro non ci completa. Soffriamo perché continuiamo a pretendere che dovrebbe farlo. È una differenza fondamentale. Se credo che esista una complementarità possibile, ogni incomprensione diventa la prova che ho scelto la persona sbagliata. Ogni conflitto diventa un difetto della relazione. Ogni divergenza può essere letta come incompatibilità. Ogni momento di distanza diventa il segnale che “non funziona”. E così la promessa contemporanea della compatibilità perfetta può produrre un effetto paradossale: invece di renderci più capaci di incontrare l’altro, può renderci meno capaci di sopportarne l’alterità. È interessante osservare, in questo senso, la straordinaria diffusione del vocabolario psicologico nelle relazioni contemporanee. Red flag, green flag, attachment style, love language, toxic relationship, emotional availability, boundaries, narcissism. Molti di questi concetti possono essere utili, alcuni provengono da tradizioni teoriche molto diverse e non dovrebbero essere confusi tra loro, e certamente esistono relazioni violente o distruttive dalle quali è necessario proteggersi. Ma quando il lessico psicologico viene ridotto a una serie di etichette rapide può produrre un’illusione: che sia possibile costruire una relazione completamente bonificata dal conflitto, dal fraintendimento, dall’ambivalenza e dalla contraddizione. Come se bastasse riconoscere abbastanza velocemente tutte le “red flag” per arrivare finalmente a una persona composta esclusivamente da “green flag”. L’altro ideale diventa allora qualcuno che comunica sempre correttamente, conosce perfettamente le proprie emozioni, rispetta ogni confine, non proietta, non dipende, non evita, non invade, non ferisce, non contraddice. In altre parole, qualcuno che forse non esiste. La psicoanalisi non ci chiede di tollerare qualsiasi comportamento in nome dell’imperfezione umana. Ci costringe però a distinguere tra ciò che rende una relazione realmente distruttiva e ciò che appartiene invece all’irriducibile difficoltà di essere due. Perché due soggetti non sono due sistemi perfettamente compatibili. Portano con sé storie, fantasie, identificazioni, sintomi, paure, modi differenti di domandare amore e modi differenti di difendersi dalla possibilità di perderlo. Anche quando pronunciano la stessa parola possono non intendere la stessa cosa. “Amore”, “fedeltà”, “libertà”, “presenza”, “spazio”, “intimità”: crediamo di condividere un vocabolario, ma ciascuno abita quelle parole attraverso la propria storia. Il linguaggio permette l’incontro e contemporaneamente introduce il malinteso. Diciamo qualcosa e l’altro ascolta anche ciò che non sapevamo di aver detto. L’altro risponde e noi ascoltiamo attraverso le nostre attese, le nostre ferite, le nostre fantasie. È per questo che una coppia può litigare apparentemente per un messaggio non risposto e scoprire che non sta affatto litigando per un messaggio. Dietro quel piccolo oggetto può aprirsi una domanda molto più antica: “Quanto conto per te?” “Puoi dimenticarmi?” “Mi vuoi davvero?” “Rimarrai?” La domanda d’amore eccede sempre l’oggetto concreto attraverso cui tenta di esprimersi. Posso chiederti di chiamarmi, di restare, di rassicurarmi, di essere fedele, di desiderarmi. Ma nessuna telefonata, nessuna promessa, nessuna dichiarazione può garantire definitivamente ciò che sto cercando. Perché dietro le domande particolari insiste una domanda che non può ricevere una risposta conclusiva: posso essere per l’Altro qualcosa che non perderà mai? Posso essere definitivamente ciò che causa il suo desiderio? Nessuno può firmare quella garanzia. Nemmeno l’amore. Ed è qui che la nostra epoca introduce un altro elemento straordinario: la possibilità apparentemente infinita della sostituzione. Se una relazione non corrisponde, scorri. Se una persona non soddisfa, ce ne sono altre. Se un incontro delude, riapri l’applicazione. Non bisogna demonizzare le dating app: hanno reso possibili incontri che altrimenti non sarebbero mai avvenuti e hanno ampliato concretamente le possibilità relazionali di moltissime persone. Ma la struttura dello swipe contiene una metafora potente del rapporto contemporaneo con il desiderio. Ogni volto è accompagnato dalla presenza invisibile del volto successivo. Ogni possibile scelta convive con migliaia di alternative. E scegliere qualcuno significa inevitabilmente rinunciare a tutti gli altri possibili. Il problema è che il possibile possiede un vantaggio enorme sul reale: non ci ha ancora delusi. La persona che non abbiamo incontrato può ancora essere tutto. Quella che abbiamo davanti, invece, ha già cominciato a essere qualcuno. Ha una voce particolare, un corpo particolare, abitudini che non avevamo previsto, silenzi che non comprendiamo, difetti, richieste. Il possibile è perfetto perché è vuoto; il reale è imperfetto perché esiste. Da questo punto di vista, l’abbondanza delle possibilità può rendere ancora più difficile assumere il limite necessario a ogni legame. Scegliere significa perdere. Dire “questo” significa rinunciare almeno temporaneamente a “tutto il resto”. E se non accettiamo questa perdita, possiamo rimanere indefinitamente nel vestibolo del desiderio, circondati da possibilità e incapaci di abitare un incontro. La pornografia contemporanea mostra un’altra versione dello stesso paradosso. Mai nella storia una quantità così vasta di immagini sessuali è stata accessibile con tanta immediatezza. Corpi, pratiche, fantasie e categorie possono essere selezionati, combinati, sostituiti quasi istantaneamente. Non è necessario trasformare questo dato in un giudizio morale. È però interessante psicoanaliticamente: l’infinita disponibilità dell’immagine non elimina lo scarto del desiderio. Può anzi mostrarlo in forma quasi pura. Un’immagine conduce alla successiva, una categoria a un’altra, una fantasia può richiedere variazioni sempre nuove. L’oggetto sembra essere finalmente completamente disponibile, eppure la soddisfazione non chiude necessariamente la ricerca. Perché ciò che muove il desiderio non coincide semplicemente con la disponibilità dell’oggetto. Il problema non è trovare abbastanza oggetti. È che nessun oggetto può diventare definitivamente ciò che manca. Ed eccoci arrivati a uno dei punti più radicali della formula lacaniana: il godimento dell’uno non può essere semplicemente sovrapposto al godimento dell’altro. Anche nell’intimità più estrema resta qualcosa di non condivisibile. Due corpi possono toccarsi, penetrarsi, stringersi, sincronizzarsi, ma non per questo diventano un unico corpo. Posso provocare il tuo piacere, assistervi, desiderarlo, immaginarlo, ma non posso goderlo al tuo posto. Nel punto di massima vicinanza rimane una separazione. È forse questo che rende la sessualità umana contemporaneamente così potente e così inquietante: cerchiamo nell’altro un superamento della nostra solitudine corporea e scopriamo che persino il corpo dell’altro ci restituisce un limite. Non significa che l’incontro fallisca. Significa che non diventa fusione. Ed è proprio la fantasia della fusione a rendere talvolta insopportabile la differenza. Vorremmo sapere esattamente che cosa prova l’altro. Vorremmo essere certi di essere desiderati quanto desideriamo. Vorremmo che il piacere fosse la prova definitiva dell’amore e l’amore la garanzia definitiva del desiderio. Ma amore, desiderio e godimento non coincidono necessariamente. Possiamo amare qualcuno senza desiderarlo come un tempo; desiderare qualcuno che non amiamo; godere in modi che non corrispondono all’immagine che abbiamo di noi stessi. L’essere parlante non possiede la semplicità che vorrebbe attribuirsi. Ed è forse per questo che la sessualità continua a essere attraversata da fantasie, sintomi, inibizioni, rituali e contraddizioni anche in un’epoca che si considera sessualmente liberata. Liberare le pratiche non significa eliminare l’enigma del desiderio. Possiamo diventare infinitamente più liberi di scegliere come godere senza sapere definitivamente perché desideriamo ciò che desideriamo. Oggi questa tensione raggiunge un punto ancora più affascinante con l’intelligenza artificiale e la comparsa di compagni artificiali sempre più sofisticati. Per la prima volta possiamo intravedere la possibilità di costruire un interlocutore affettivo capace di ricordare preferenze, adattarsi al nostro stile comunicativo, essere disponibile quando lo desideriamo, rispondere con attenzione e forse un giorno assumere voce, volto e presenza sempre più convincenti. Non sappiamo ancora quali forme assumeranno questi legami, e sarebbe prematuro liquidarli come falsi o patologici. Ma pongono una domanda teorica straordinaria: che cosa accadrebbe se potessimo costruire un Altro sempre più compatibile con noi? Immaginiamo qualcuno che non dimentica un anniversario, comprende immediatamente quando abbiamo bisogno di essere rassicurati, conosce le nostre preferenze, non si stanca dei nostri racconti, modifica il proprio comportamento in base alle nostre reazioni. Sarebbe finalmente la soluzione al “non rapporto”? Oppure scopriremmo che proprio ciò che rende l’altro desiderabile è anche il fatto che non possiamo programmarlo completamente? Se eliminiamo progressivamente l’alterità, eliminiamo il conflitto; ma che cosa accade al desiderio? Se potessimo costruire qualcuno perfettamente compatibile con noi, lo desidereremmo ancora? La domanda non riguarda soltanto le macchine. Riguarda ciò che abbiamo sempre chiesto agli esseri umani: diventare sufficientemente prevedibili da rassicurarci, ma sufficientemente imprevedibili da continuare a desiderarli. Vogliamo che l’altro ci appartenga senza smettere di essere altro. Vogliamo sicurezza e sorpresa. Fedeltà e desiderio. Familiarità ed enigma. Presenza e mancanza. Non è difficile capire perché le relazioni siano complicate: chiediamo loro di risolvere contraddizioni che non possiedono una soluzione definitiva. E forse proprio qui possiamo comprendere perché Lacan non faccia dell’inesistenza del rapporto sessuale una semplice dichiarazione pessimistica. Perché là dove non esiste una formula, qualcosa deve essere inventato. Se non c’è complementarità naturale, ogni coppia deve costruire il proprio modo di stare insieme. Non esiste il manuale definitivo della relazione. Non esiste una quantità corretta e universale di vicinanza, sesso, autonomia, messaggi, gelosia, silenzio, progettualità. Esistono soggetti che devono inventare una soluzione singolare al fatto di non coincidere. Una coppia non è dunque necessariamente la scoperta di una compatibilità già esistente; può essere la costruzione paziente di una compatibilità che prima non c’era. Due persone imparano lentamente il lessico l’una dell’altra. Inventano rituali, compromessi, battute incomprensibili agli altri, modi di litigare e riconciliarsi, distanze sopportabili, gesti capaci di significare qualcosa soltanto per loro. Dove non esiste una formula universale, può esistere uno stile. Ed è qui che compare l’amore. Nel Seminario XX Lacan lega esplicitamente l’amore a ciò che supplisce all’assenza del rapporto sessuale. È una formulazione che merita di essere presa sul serio. L’amore non cancella l’impossibilità. Non trasforma magicamente due in Uno. Non elimina la differenza dei godimenti, non garantisce la comprensione totale, non colma definitivamente la mancanza. Fa qualcosa con ciò che non può essere colmato. Forse è questa la sua grandezza. L’amore non sarebbe allora il trionfo della complementarità, ma una risposta alla sua impossibilità. Non: “finalmente ho trovato la persona che mi completa”, ma qualcosa di molto più fragile e radicale: “so che non puoi completarmi, eppure qualcosa di ciò che sei è diventato insostituibile per me”. È una concezione dell’amore molto meno romantica e, proprio per questo, forse molto più romantica. Perché se esistesse davvero una persona naturalmente fatta per noi, incontrarla non avrebbe nulla di miracoloso: sarebbe semplicemente l’esecuzione di un programma. A per definizione dovrebbe unirsi a B. Ma se nessuna formula garantisce l’incontro, allora il fatto che due esseri parlanti, divisi, opachi persino a se stessi, riescano a costruire qualcosa insieme diventa infinitamente più interessante. L’amore non è la prova che il rapporto sessuale esiste. È ciò che possiamo inventare perché non esiste. E questo cambia radicalmente anche il modo in cui possiamo pensare il fallimento amoroso. Non ogni relazione che finisce era sbagliata. Non ogni amore che non dura era falso. La nostra cultura tende spesso a leggere retroattivamente la fine come prova di un errore originario: se ci siamo lasciati, evidentemente non eravamo fatti l’uno per l’altra. Ma forse non eravamo mai “fatti” l’uno per l’altra. Nessuno lo è. Per un certo tempo abbiamo fatto qualcosa insieme. Abbiamo inventato un legame, costruito un linguaggio, abitato una distanza. Poi quella costruzione può non reggere più. La sua fine non cancella necessariamente ciò che è stata. Pensare che soltanto ciò che dura per sempre sia stato vero significa ancora una volta chiedere all’amore una garanzia che non può offrire. E forse dovremmo interrogare anche una delle frasi più ripetute dopo la fine di una relazione: “Merito qualcuno che mi dia ciò di cui ho bisogno.” Certamente esistono bisogni, esigenze e condizioni senza le quali una relazione può diventare insostenibile. Ma nessuno può darci “tutto ciò di cui abbiamo bisogno”, perché una parte di ciò che chiediamo all’altro non è nemmeno formulabile completamente. Talvolta chiediamo a un partner di riparare una ferita che precede il suo arrivo; di rassicurarci contro una perdita che nessuna rassicurazione può abolire; di garantire il nostro valore; di desiderarci abbastanza da impedirci di dubitare di noi stessi. L’altro può amarci profondamente e fallire comunque in questo compito, perché era un compito impossibile fin dall’inizio. Forse una parte della maturazione amorosa consiste proprio nel sottrarre l’altro all’obbligo di salvarci dalla nostra mancanza. Non per smettere di avere bisogno degli altri, né per abbracciare il mito contemporaneo dell’autosufficienza affettiva. Abbiamo bisogno degli altri. Dipendiamo dagli altri. Veniamo costituiti dagli altri. Ma dipendere dall’altro non significa trasformarlo nella soluzione definitiva di ciò che ci manca. C’è qualcosa che nessun partner, nessun matrimonio, nessun rapporto sessuale, nessuna dichiarazione d’amore potrà risolvere al nostro posto. Ed è forse proprio quando smettiamo di chiedere all’altro di essere la risposta che possiamo cominciare davvero a incontrarlo come domanda. Questo è il punto in cui la formula di Lacan smette di essere cupa. “Non c’è rapporto sessuale” non significa che siamo condannati a non incontrarci. Significa che l’incontro non è garantito. Non esiste una strada già tracciata tra me e te. Non esiste un sapere capace di assicurare che funzionerà. Non esiste un algoritmo sufficientemente sofisticato da cancellare completamente il rischio dell’altro. Possiamo aumentare le probabilità di incontrare persone con interessi simili, possiamo imparare a comunicare meglio, possiamo riconoscere dinamiche distruttive, possiamo conoscere qualcosa di noi stessi. Tutto questo conta. Ma alla fine rimane un salto. Bisogna esporsi a qualcuno che non possiamo conoscere completamente. Bisogna parlare sapendo che saremo fraintesi. Bisogna desiderare senza possedere la garanzia di essere desiderati nello stesso modo. Bisogna amare qualcuno che rimarrà, almeno in parte, straniero. Forse è precisamente questa impossibilità a proteggere l’amore dalla trasformazione in consumo. Se l’altro fosse perfettamente conoscibile, confrontabile, misurabile e sostituibile, sarebbe un prodotto. Se potessimo determinarne tutte le caratteristiche e ottenere esattamente ciò che vogliamo, non incontreremmo più un soggetto: incontreremmo la realizzazione di una specifica. Ma amare significa inevitabilmente incontrare qualcosa che eccede le nostre specifiche. L’altro non è il risultato della nostra ricerca. È ciò che interrompe la ricerca. Non perché soddisfi finalmente tutti i criteri, ma perché a un certo punto qualcosa di quella persona assume per noi un valore che nessuna lista avrebbe potuto prevedere. Una voce. Un modo di ridere. Una frase. Una vulnerabilità. Una maniera di guardarci. Qualcosa che prima dell’incontro non avremmo saputo inserire in nessun filtro di ricerca perché non sapevamo ancora di poterlo desiderare. Ed è forse questa una delle cose che nessuna tecnologia della compatibilità potrà completamente eliminare: il desiderio può nascere dall’incontro con ciò che non sapevamo di cercare. Il nostro tempo ci offre possibilità straordinarie per incontrarci, ma rischia contemporaneamente di convincerci che incontrare significhi trovare ciò che avevamo già ordinato. Lacan ci obbliga a pensare il contrario. L’altro non è ciò che completa una frase che avevamo già scritto. Arriva e modifica la grammatica. Non colma semplicemente una mancanza già conosciuta; può farne emergere una che non sapevamo di avere. Non risponde soltanto al nostro desiderio; lo trasforma. E forse è per questo che l’amore autenticamente incontrato contiene sempre qualcosa di traumatico nel senso più ampio del termine: dopo l’altro, non siamo esattamente quelli che eravamo prima. Se il rapporto sessuale esistesse come formula, tutto questo sarebbe superfluo. Sapremmo chi scegliere, come desiderare, come godere, come amarci. Il fallimento sarebbe un errore tecnico e la riuscita l’applicazione corretta di una legge. Ma quella legge non c’è. Al suo posto abbiamo parole, corpi, fantasie, sintomi, tentativi, invenzioni. Abbiamo il rischio del malinteso e la possibilità sorprendente che proprio attraverso quel malinteso si costruisca un linguaggio comune. Abbiamo l’impossibilità di diventare Uno e la possibilità, molto più interessante, di restare due senza smettere di cercarsi. Forse è questo che l’ideologia dell’anima gemella non riesce a sopportare: che l’amore non ci restituisca l’unità perduta. L’amore non elimina necessariamente la solitudine fondamentale del soggetto. Può però permettere che due solitudini smettano, per qualche tempo o per una vita, di essere completamente estranee l’una all’altra. Non è poco. È forse molto più di quanto prometta la fantasia della completezza. Perché amare qualcuno non significa poter dire finalmente: “tu sei ciò che mi mancava”. Potrebbe significare riuscire a dire: “tu non puoi colmare ciò che mi manca, io non posso colmare ciò che manca a te, e tuttavia abbiamo inventato qualcosa nel punto esatto in cui nessuna formula ci garantiva che sarebbe stato possibile”. È qui che la provocazione lacaniana può essere finalmente rovesciata. Il rapporto sessuale non esiste. Ma esistono incontri. Esistono corpi che si cercano senza coincidere. Esistono parole che falliscono e vengono pronunciate di nuovo. Esistono amori che non completano e tuttavia trasformano. Esistono legami che non erano scritti da nessuna parte e che proprio per questo devono essere inventati ogni giorno. Forse il contrario della solitudine non è la fusione. Forse è trovare qualcuno disposto ad abitare con noi la distanza che nessuno dei due potrà abolire. E forse è proprio perché il rapporto sessuale non esiste che, qualche volta, l’amore può accadere.

Fonti:

J. Lacan – Seminario XX;

M. Recalcati – Il rapporto sessuale non esiste;

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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