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Psicologia

NON SI RINASCE MAI DA ZERO

Esiste un’idea di rinascita che appartiene profondamente al nostro tempo. Cambiare vita, ricominciare, lasciarsi il passato alle spalle, diventare finalmente la persona che avremmo sempre voluto essere. È un’immagine seducente perché contiene una promessa quasi assoluta: ciò che siamo stati non deve necessariamente decidere ciò che saremo. E probabilmente abbiamo bisogno di crederlo. Abbiamo bisogno di pensare che una relazione finita non stabilisca per sempre il modo in cui ameremo, che un fallimento non costituisca la definizione definitiva di ciò che siamo, che una ferita non debba diventare il destino attorno al quale organizzare l’intera esistenza. Ma proprio qui nasce una domanda più difficile: che cosa significa veramente ricominciare? Perché se con questa parola intendiamo cancellare ciò che è stato, allora forse nessuno di noi ricomincia mai davvero. Non possiamo tornare al punto zero. Non possiamo nascere una seconda volta privi della storia che ci ha attraversati. Non possiamo disimparare completamente ciò che abbiamo vissuto, cancellare le parole che ci sono state rivolte, restituire le perdite, annullare gli incontri, rendere non accaduto ciò che è accaduto. Eppure Hannah Arendt ha costruito una parte decisiva del proprio pensiero attorno a un’intuizione sorprendente: per comprendere la condizione umana non basta pensare alla mortalità. Bisogna pensare alla nascita. Non semplicemente alla nascita biologica, ma a ciò che ogni nascita introduce nel mondo: la possibilità che qualcosa cominci. Arendt utilizza una parola precisa, natalità. Ogni essere umano nasce dentro un mondo che esisteva già prima di lui. Non scegliamo la lingua nella quale pronunceremo le prime parole. Non scegliamo l’epoca nella quale veniamo al mondo, la famiglia che ci accoglie, le condizioni sociali nelle quali cresceremo, le storie che ci precedono. Quando arriviamo, quasi tutto sembra essere già cominciato. Eppure con ogni nuovo essere umano appare qualcosa che quel mondo non poteva prevedere completamente. È questo il paradosso della natalità: veniamo al mondo dentro condizioni che non abbiamo scelto, ma non siamo completamente deducibili da quelle condizioni. Esiste nella possibilità dell’azione umana una capacità di introdurre qualcosa che prima non c’era. Ed è qui che la natalità incontra la libertà. Non una libertà immaginaria nella quale potremmo fare qualsiasi cosa indipendentemente da ciò che siamo e dalle condizioni materiali della nostra esistenza. Una libertà molto più fragile e interessante: la possibilità dell’inizio. Arendt trova una formulazione straordinaria di questa intuizione in Agostino: affinché vi fosse un inizio, fu creato l’uomo. L’essere umano non è soltanto qualcuno che nasce. È qualcuno attraverso il quale nel mondo può apparire un nuovo inizio. Ma che cosa accade se proviamo a portare questa intuizione fuori dalla filosofia politica e la avviciniamo, con tutte le cautele necessarie, alla scoperta freudiana dell’inconscio? Qui le cose si complicano. Perché Freud sembra mostrarci qualcosa che entra immediatamente in tensione con ogni retorica ingenua della rinascita: l’essere umano ripete. Ripete persino ciò che gli fa male. Ripete relazioni che aveva giurato di non vivere più. Ripete modalità di sofferenza che riconosce perfettamente. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, cambiano i volti, e tuttavia qualcosa della scena sembra ostinatamente ritornare. Una persona può lasciare un partner e incontrarne uno apparentemente completamente diverso, per scoprire anni dopo di essere nuovamente intrappolata nella stessa posizione. Può cambiare lavoro per fuggire da una dinamica e ricostruirla altrove. Può promettersi di non diventare mai come i propri genitori e accorgersi improvvisamente di pronunciare le stesse frasi che da bambino detestava ascoltare. È una delle esperienze più perturbanti della vita: credere di essere andati molto lontano e riconoscere improvvisamente qualcosa di tremendamente familiare. Freud incontra questa dimensione fino a formulare il concetto di coazione a ripetere. Non tutto ciò che facciamo sembra organizzarsi semplicemente attorno alla ricerca del piacere. C’è qualcosa che insiste. Qualcosa che ritorna. E questo significa che la semplice volontà di cambiare non garantisce affatto il cambiamento. Possiamo sapere perfettamente che una determinata modalità ci fa soffrire e continuare a riprodurla. Possiamo comprendere razionalmente da dove viene e ritrovarcela davanti. Possiamo persino dire: “Da domani cambierò”, e scoprire che il domani possiede una sorprendente somiglianza con ieri. È qui che la parola “rinascita”, così facilmente utilizzata oggi, rischia di diventare ingannevole. Ci viene spesso raccontata come una decisione sovrana dell’Io. Taglia ciò che ti fa male. Lascia andare il passato. Diventa la versione migliore di te stesso. Ricomincia. Come se esistesse dentro di noi un soggetto perfettamente padrone della propria storia che, a un certo punto, potesse premere un interruttore e inaugurare una nuova esistenza. La psicoanalisi nasce precisamente dalla scoperta che l’Io non è padrone in casa propria. C’è qualcosa di noi che non obbedisce semplicemente alle nostre intenzioni. Ed è forse per questo che alcuni inizi falliscono: non perché non li desideriamo abbastanza, ma perché pensiamo che iniziare significhi cancellare. Cambiamo città senza comprendere ciò che portiamo con noi. Cambiamo relazione senza interrogare la posizione che occupiamo nel legame. Cambiamo lavoro senza domandarci quale riconoscimento continuiamo a cercare. Cambiamo corpo, abitudini, persone, luoghi, e poi restiamo sorpresi quando qualcosa ricompare. Perché possiamo cambiare scenario senza cambiare scena. Lacan radicalizzerà ulteriormente questa questione mostrando che il soggetto non arriva mai in un mondo neutro. Prima ancora che possa parlare, qualcuno ha già parlato di lui. È stato desiderato, immaginato, nominato, atteso oppure non atteso. Gli è stato dato un nome. Quel nome possiede una storia. Entra in una famiglia nella quale esistono già silenzi, aspettative, fantasie, debiti simbolici, desideri. In questo senso veniamo al mondo già preceduti dall’Altro. Prima che possiamo dire “io”, esistono già parole dentro le quali qualcuno proverà a dirci chi siamo. “È identico a suo padre.” “Lei è sempre stata quella forte.” “Questo bambino ci darà soddisfazioni.” “Tu sei quello difficile.” “Tua sorella invece…” Frasi apparentemente innocenti possono diventare significanti attorno ai quali il soggetto costruirà qualcosa della propria posizione. Non perché determinino meccanicamente il futuro, ma perché nessuno comincia a parlare da un foglio bianco. E allora che cosa potrebbe significare un nuovo inizio per un soggetto che non è mai stato davvero un punto zero? Forse significa precisamente rinunciare alla fantasia del punto zero. Non si rinasce cancellando la propria storia. Si può rinascere modificando il rapporto che abbiamo con essa. La differenza sembra minima, ma cambia tutto. Perché il passato possiede una caratteristica singolare: non possiamo modificarne gli eventi, ma possiamo modificare continuamente il posto che quegli eventi occupano nella nostra storia. Un’esperienza vissuta a vent’anni può significare qualcosa di completamente diverso quando ne abbiamo quaranta. Una frase ricevuta da bambini può essere interpretata per decenni in un modo e improvvisamente assumere un altro senso. Non perché il passato sia cambiato, ma perché il soggetto che lo legge non occupa più esattamente la stessa posizione. La psicoanalisi, in fondo, lavora anche dentro questo paradosso temporale. Parliamo di ciò che è già accaduto non perché possiamo correggerlo, ma perché ciò che è accaduto non ha ancora necessariamente esaurito tutti i suoi significati. Il passato non è semplicemente ciò che sta dietro di noi. Continua a essere riscritto dal presente. Ed è forse qui che, senza confondere Arendt con Freud o Lacan, possiamo farli incontrare attorno a una domanda comune: quanto del futuro è già contenuto nel passato? La ripetizione sembrerebbe rispondere: moltissimo. La natalità introduce invece una frattura: mai tutto. C’è qualcosa nell’agire umano che non può essere completamente previsto da ciò che lo precede. Ma attenzione: il nuovo non coincide necessariamente con il radicalmente diverso. Forse questo è uno degli equivoci più profondi della nostra cultura della reinvenzione. Pensiamo che cambiare significhi diventare qualcun altro. E allora costruiamo nuove identità, nuove versioni di noi, nuovi inizi, talvolta con la stessa logica con cui cambiamo un’immagine del profilo. Ma forse una trasformazione autentica è molto meno spettacolare. Può consistere nel trovarsi davanti alla stessa situazione e, per la prima volta, non rispondere nello stesso modo. Incontrare lo stesso tipo di provocazione e non sentirsi obbligati a reagire. Sentire nascere la stessa paura e non permetterle di scegliere completamente al nostro posto. Accorgersi che stiamo per pronunciare la frase che abbiamo pronunciato cento volte e riuscire, magari soltanto una volta, a fermarci. Forse il nuovo comincia proprio lì: non quando il passato scompare, ma quando smette di possedere l’unica risposta possibile. Ed è una concezione della libertà molto meno grandiosa, ma forse molto più concreta. Essere liberi non significherebbe allora essere privi di determinazioni. Nessuno lo è. Siamo determinati dal corpo, dalla storia, dal linguaggio, dalle condizioni economiche e sociali, dagli incontri, dalle perdite, dai desideri degli altri e da qualcosa del nostro stesso inconscio. Ma essere determinati non significa necessariamente essere completamente predeterminati. Tra ciò che ci è accaduto e ciò che faremo può aprirsi uno spazio. Piccolo, fragile, incerto. Uno spazio nel quale qualcosa può essere fatto diversamente. Arendt lega questa capacità di iniziare all’azione e alla pluralità, perché nessun inizio umano avviene veramente in isolamento. Agiamo in un mondo abitato da altri, e proprio per questo non possiamo controllare interamente le conseguenze di ciò che inauguriamo. Ogni azione entra in una rete di relazioni e produce effetti che nessuno può prevedere completamente. Anche questo è interessante se pensiamo all’ossessione contemporanea per il controllo. Vorremmo cambiare soltanto quando siamo certi del risultato. Vorremmo lasciare qualcosa sapendo già cosa troveremo dopo. Vorremmo iniziare quando ci sentiamo finalmente pronti. Vorremmo conoscere in anticipo la persona che diventeremo. Ma un vero inizio contiene necessariamente una quota di imprevedibilità. Se sapessimo già esattamente dove conduce, forse non sarebbe davvero un inizio: sarebbe l’esecuzione di un programma. Cominciare significa anche esporsi a qualcosa che ancora non conosciamo. Ed è probabilmente per questo che gli inizi ci attraggono e ci terrorizzano contemporaneamente. Desideriamo il nuovo, ma il nuovo ci sottrae le coordinate attraverso cui ci riconosciamo. Persino una sofferenza conosciuta può apparire più rassicurante di una libertà sconosciuta. Almeno sappiamo come soffrire in quel modo. Sappiamo quale parte interpretare. Sappiamo cosa aspettarci dagli altri e da noi stessi. Abbandonare una ripetizione non significa soltanto perdere qualcosa che ci fa male. Significa perdere anche una forma di familiarità. E allora comprendiamo perché non basta dire a qualcuno “cambia”. A volte il sintomo, la relazione, la posizione che ci imprigiona sono anche ciò che ci permette di riconoscerci. Lasciarli significa affrontare una domanda che può essere molto più angosciante della sofferenza stessa: chi sono io, se non sono più quello che sono sempre stato? Forse ogni autentica rinascita passa per questa zona. Non attraverso l’euforia motivazionale del “nuovo me”, ma attraverso un momento nel quale la vecchia risposta non funziona più e quella nuova non esiste ancora. Uno spazio nel quale non siamo più completamente ciò che eravamo e non sappiamo ancora ciò che diventeremo. È una condizione fragile, ma potrebbe essere precisamente il luogo dell’inizio. Perché iniziare non significa necessariamente sapere dove stiamo andando. Significa che ciò che è stato non riesce più, da solo, a prescrivere ciò che verrà. Ed è qui che la natalità di Arendt acquista una forza che va molto oltre la bella frase sulla rinascita. Essere nati significa appartenere a una specie capace di introdurre inizi nel mondo. Non significa essere immortali. Non significa vincere la morte. Significa che tra nascita e morte l’esistenza umana possiede la possibilità dell’azione, e dunque dell’imprevisto. Forse per questo parlare di rinascita ha senso soltanto se rinunciamo all’idea di rinascere innocenti. Non rinasciamo senza cicatrici. Rinasciamo anche attraverso di esse. Non rinasciamo dimenticando chi siamo stati. Rinasciamo quando ciò che siamo stati non costituisce più una condanna a essere sempre gli stessi. Non rinasciamo tornando all’inizio. Perché all’inizio non possiamo tornare. Possiamo però fare qualcosa di molto più umano: cominciare da dove siamo. Con ciò che sappiamo e ciò che ancora ignoriamo. Con ciò che abbiamo perduto. Con ciò che continuiamo a ripetere. Con le parole che abbiamo ricevuto e con quelle che forse, finalmente, possiamo smettere di pronunciare. E allora la domanda non è se sia possibile liberarsi completamente del passato. Probabilmente non lo è, e forse non sarebbe nemmeno desiderabile. La domanda è se il passato debba avere l’ultima parola. Forse essere capaci di cominciare significa precisamente questo: scoprire che la nostra storia ci precede, ci attraversa, ci condiziona, ma non contiene necessariamente già scritta l’ultima frase.

Fonti:

H. Arendt – Vita activa. La condizione umana; 

H. Arendt – Il concetto d’amore in Agostino; 

H. Arendt – Tra passato e futuro; 

S. Freud – Al di là del principio di piacere.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese 

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