Viviamo immersi in immagini.
Corpi perfezionati, filtrati, esibiti, controllati: il nostro sguardo si nutre di ciò che appare, ma il prezzo da pagare è alto.È il corpo stesso — quello vivo, pulsante, opaco — che scompare dietro la sua rappresentazione.La domanda che ci guida non è sociologica, ma clinica:
cosa accade al soggetto, oggi, nel rapporto con il proprio corpo?
Dallo specchio al feed: l’immagine come ferita
Quando Lacan teorizza lo stadio dello specchio, descrive la scena originaria dell’Io: il bambino si riconosce in un’immagine unificata, ma aliena. È una forma esterna che dà unità a un corpo vissuto come frammentato.Quella stessa logica si ripete oggi in forma amplificata. Nel feed social, nei selfie, nelle bio chirurgiche, il soggetto si osserva e si costruisce a partire da immagini ideali, sovrascritte alla propria opacità. Ma quel corpo idealizzato non restituisce il vissuto interno. Anzi, lo cancella. Il risultato è un aumento esponenziale di sintomi legati al corpo: dismorfofobie, ansia sociale, vissuti di “non appartenenza” al proprio involucro.
Jouissance e corpo eccedente
C’è un punto in cui il corpo sfugge all’immagine. È il punto in cui il corpo sente, gode, soffre. Lacan lo chiama jouissance: un godimento che non si lascia del tutto simbolizzare. Non è l’orgasmo.Non è la felicità. È quell’eccesso che rompe l’equilibrio, che buca la forma. E quando il corpo è ridotto solo a immagine — impeccabile, controllata, approvata — la jouissance torna attraverso il sintomo. Attraverso un disagio che non si lascia risolvere con uno scatto migliore.
Il corpo contemporaneo non si guarda: si disegna
Il corpo oggi è più disegnato che vissuto. Correggibile, modificabile, scrollabile. Ogni deviazione dalla norma estetica è percepita come minaccia al valore soggettivo. La domanda che Lacan restituisce è semplice ma spietata:
a chi appartiene questo corpo?
All’Altro sociale? All’Io ideale? Al soggetto dell’inconscio?
Clinica dell’immagine: non tutto si mostra
Il compito dell’analisi non è di riportare a un corpo “vero”. Non c’è corpo naturale, né passato da ritrovare. C’è da restituire un legame soggettivo con il proprio corpo, che non sia solo specchio, ma enigma. Nel transfert, nel sintomo, nella parola — il corpo parla, anche quando è muto. Anche quando il soggetto lo tratta come una maschera da ottimizzare. Là dove il corpo è più esposto, è anche più fragile. E dove è fragile, può esserci domanda.
La psicoanalisi resta lo spazio in cui quella domanda non viene giudicata, ma ascoltata.
Il corpo non si mostra: si dice. E ciò che si dice, non coincide mai del tutto con l’immagine.
——————————————-
Fonti:
J. Lacan- Seminario XIX
Autori:
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

Rispondi