«Vi ho già detto abbastanza perché sappiate che il godimento è il vaso delle Danaidi, e che una volta cominciato, non si sa mai dove finirà.»
— Jacques Lacan, Seminario XVII, il rovescio della psicoanalisi
Il godimento non è piacere
Nel lessico della psicoanalisi lacaniana, il godimento (jouissance) rappresenta qualcosa di radicalmente diverso dal piacere. Non è la dolcezza di un bisogno soddisfatto, né il sollievo dopo una tensione. Il godimento è ciò che eccede il piacere, che lo oltrepassa. È, in altre parole, un’esperienza al limite, una spinta che sfiora la sofferenza, il trauma, la perdita del sé. Nel Seminario XVII, Lacan paragona il godimento al vaso delle Danaidi: un contenitore mitologico condannato a non riempirsi mai, un lavoro senza fine, un desiderio che si rinnova nell’impossibilità della sua realizzazione.
Il mito delle Danaidi: il lavoro infinito del desiderio
Il mito greco delle Danaidi è crudo e potente: cinquantuno sorelle uccidono i loro mariti la notte delle nozze e sono condannate, come punizione, a riempire eternamente un’anfora bucata. Qualsiasi cosa vi versino dentro, svanisce. L’atto si ripete, ma non approda mai a un compimento. Per Lacan, il soggetto del godimento si trova proprio in questa ripetizione cieca. Non gode per soddisfarsi, ma per ricadere, ritornare, non cessare di cercare. Il godimento è il tratto compulsivo del desiderio, la sua pulsazione più oscura, la parte che sfugge al controllo dell’Io.
Il soggetto e il buco nel sapere
Nel godimento, il soggetto si perde. Non c’è trasparenza, non c’è lucidità. Lacan ci ricorda che “non si sa mai dove finirà”: l’atto di godere è un precipizio, un salto nel buio, una zona dove il soggetto non è padrone del proprio discorso. Da questo punto di vista, il godimento è anche una forma di resistenza al simbolico. Non si lascia addomesticare. Sfugge alle regole del linguaggio, si muove nel reale. Non a caso, Lacan parlerà del godimento come di un “reale che non può essere scritto”.
La clinica del godimento: non tutto è da guarire
Chi arriva in analisi non sempre vuole smettere di soffrire. Spesso, inconsciamente, vuole continuare a godere della propria sofferenza. In questo paradosso, l’analista non si pone come guaritore, ma come lettore di quel godimento silenzioso, accompagnatore nel disfare un godimento insensato e costruire, forse, un’altra via al desiderio. Lacan afferma che l’analisi ha a che fare con un “sapere sul godimento”, un modo per abitare meglio ciò che ci abita.
E se il vaso non si riempisse?
Allora la questione, oggi come allora, non è come colmare il vaso, ma come abitare la sua falla.
Come restare a contatto con la mancanza senza volerla immediatamente tappare.
Come sottrarsi alla compulsione del pieno, senza farsi travolgere dal vuoto.
La psicoanalisi non offre soluzioni consolatorie. Non promette salvezze, né guarigioni totali. Piuttosto, dischiude uno spazio etico dove il desiderio può essere interrogato,dove la mancanza può diventare forma, traccia, linguaggio.
Dove il gesto cieco della ripetizione può, forse, piegarsi in un atto soggettivo.
E così, la condanna mitica delle Danaidi può perdere il suo carattere di destino, per lasciare spazio a un’altra postura:
non quella del colmare,
ma quella del saper portare la crepa.
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Fonti: J. Lacan- Seminario XVII
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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