Un contributo psicoanalitico alla clinica dell’anoressia

In un tempo in cui il corpo è ovunque — esposto, potenziato, desiderato — ci sono soggetti che scelgono il contrario.

Sottrarsi. Ridurre. Sparire.

Chi lavora con l’anoressia, con discrezione e ascolto, sa che si tratta di molto più di un rifiuto del cibo. È un gesto, un codice, un grido silenzioso. Dietro la rinuncia all’alimentazione c’è un’operazione soggettiva, complessa e radicale: il tentativo di separarsi da ciò che invade, confonde, minaccia. Non mangiare può essere, paradossalmente, un modo per preservarsi.

Il corpo in questione

Il corpo anoressico non è solo magro. È privato, difeso, ridotto all’essenziale. Spesso non cresce, non si sviluppa, non si espone. È un corpo che si protegge da un’eccedenza: del desiderio altrui, dell’angoscia, della sessualità, della relazione.Lontano dall’essere un rifiuto della vita, l’anoressia è — nella sua paradossale coerenza — un modo per sopravvivere all’insostenibile. Per alcuni, è l’unico modo possibile per dire “io ci sono”, ma non secondo le regole dell’altro.

Non è assenza di desiderio

Nella logica dell’anoressia, il desiderio non è assente. Al contrario: è presente, ma svuotato di oggetto.

Non si tratta di un “non volere”, ma di un volere radicale: non essere presa, non essere inghiottita, non essere catturata nello sguardo o nella richiesta altrui. L’oggetto alimentare diventa il campo su cui si gioca un conflitto soggettivo profondo, a volte antico, spesso indicibile.

Quando il sintomo prende parola

In molte storie cliniche, l’anoressia appare come un sintomo che parla al posto del soggetto. Il silenzio prende corpo, si fa gesto, si scrive nella carne. Il cibo, il rifiuto, la misura, il controllo: ogni dettaglio è una forma di linguaggio.Ogni sintomo, in questa prospettiva, è una risposta soggettiva a una tensione interna, e nel caso dell’anoressia, è spesso la risposta a una domanda muta:

Cosa vuoi da me?

Cosa succede se mi lascio andare?

Che posto ho nel tuo desiderio?

Verso una parola possibile

In psicoanalisi, il corpo non viene mai ridotto a oggetto.È il luogo del godimento, del linguaggio, della mancanza.È lì che il soggetto si scrive, si afferma, si perde e si ritrova.Con l’anoressia, il lavoro non è riempire ciò che manca, ma sostenere la possibilità che qualcosa si dica al di là del sintomo. Non per cancellarlo, ma per comprenderlo.Non per forzare il cambiamento, ma per rendere pensabile ciò che prima era solo agito. L’agito non è pedagogico. È un accompagnamento delicato, una co-presenza che non forza, non interpreta subito, non invade. È un ascolto che tiene, anche nel vuoto.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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