Eternal Sunshine of the Spotless Mind e il rimosso che ritorna
“How happy is the blameless vestal’s lot!
The world forgetting, by the world forgot.
Eternal sunshine of the spotless mind!
Each pray’r accepted, and each wish design’d.”
— Alexander Pope
L’amnesia come promessa
Cosa accadrebbe se potessimo cancellare ogni dolore?
E se davvero ci fosse una clinica dell’oblio, una tecnica per anestetizzare il trauma amoroso, per sradicare il sintomo?
Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Michel Gondry, 2004), capolavoro scritto da Charlie Kaufman, ci consegna questa fantasia: la possibilità di cancellare i ricordi di un amore finito. Joel e Clementine, due amanti feriti, si affidano a un trattamento sperimentale per estinguere ogni traccia l’uno dell’altro. Ma la mente – e l’inconscio – non obbediscono così facilmente.
Rimozione non è cancellazione
Freud lo ha chiarito: il rimosso ritorna. Ogni tentativo di espellere un contenuto traumatico o doloroso non fa che rafforzarne la presenza. Più lo si scarta, più ritorna — sotto forma di sogno, lapsus, ripetizione. Il film lo mostra con limpidezza: mentre Joel attraversa la cancellazione dei suoi ricordi, qualcosa resiste. Una scena, un odore, un dettaglio…Il desiderio si rifugia nei luoghi dell’infanzia, nei margini dell’onirico. La memoria, insomma, non è solo archivio. È legame pulsionale con ciò che ha lasciato un’impronta nel corpo.
L’amore come traccia
Cancellare un amore non significa dimenticarlo. Significa amputare una parte di sé.Perché, in fondo, ogni amore lascia una cicatrice simbolica nella nostra struttura. Clementine non è solo “lei”: è anche l’oggetto di Joel, la sua petite a, la figura che catalizza una mancanza originaria. E quando il soggetto tenta di liberarsene, non fa che riattivare il circuito del desiderio. Il film ci dice che non si ama per le qualità dell’altro, ma per ciò che in lui/lei ci sfugge. Ciò che si cerca di cancellare è proprio ciò che fa ritorno con maggiore forza.
Repetitio non come fallimento, ma come struttura
Quando Joel, nel cuore del processo di rimozione, capisce di voler salvare almeno un ricordo, e poi un altro, e poi un altro ancora, capisce che l’amore non è solo vissuto. È scritto.
E ciò che è stato scritto nel corpo — come godimento, come ferita, come perdita — non può essere disdetto.
La ripetizione non è un difetto.
È la struttura stessa dell’inconscio.
Ciò che non si elabora, si ripete. Ma ciò che si ripete, può anche essere trasfigurato.
Il soggetto che resta
Nella scena finale, Joel e Clementine, pur sapendo che si faranno male, scelgono di restare.
Non è un lieto fine.
È un gesto etico.
Accettare di non sapere. Di non controllare.
Accettare la possibilità di fallire.
Accettare di amare nonostante tutto.
Lacan avrebbe detto: “l’amore è dare ciò che non si ha, a qualcuno che non lo vuole”.
Nel film, questa frase trova corpo: i due si scelgono pur sapendo — e proprio per questo, desiderano ancora.
Eternal Sunshine non è solo un film sull’amore. È un film sulla scrittura psichica dell’esperienza. Sulla memoria come trauma. E sull’inconscio come luogo dove nulla si cancella, ma tutto si trasforma.
Se potessimo dimenticare ogni dolore, ogni incontro, ogni traccia dell’Altro…
forse non resteremmo che vuoti.
E non si tratta di malinconia.
Si tratta di struttura: siamo fatti anche di ciò che ci ha ferito.
E in fondo, come dice Joel,
“Vorrei dimenticarti. Per poterti incontrare di nuovo.”
Ma, forse, è proprio la memoria — anche se dolorosa — a renderci capaci di desiderare ancora.
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Fonti:
J. Lacan – Seminario VIII
S. Freud – L’interpretazione dei sogni
M. Gondry – C. Kaufman – Eternal Sunshine of the Spotless Mind
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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