“C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per gli amici. E quando restiamo soli? Nessuna. E allora non siamo più nulla.”
— Luigi Pirandello
Nessuno oggi si dichiara falso, eppure ogni gesto è mediatizzato. Si proclama la centralità dell’autenticità, ma più come stile che come verità. Ciò che si chiama “sé” è sempre più il risultato di una scelta estetica, di una curatela identitaria.
La domanda implicita non è più chi sono?, ma come appaio mentre cerco di essere?
Il paradosso del nostro tempo è questo: si cerca autenticità nel campo dell’immagine, in quello stesso luogo dove il soggetto, per Lacan, è strutturalmente alienato. Tra la trasparenza ostentata delle biografie e l’intimità monetizzata delle stories, ciò che resta opaco è proprio il soggetto, la sua divisione, la sua mancanza.
La maschera che non si può togliere
Pirandello l’aveva già intuito: l’Io è uno, nessuno e centomila. Ma Lacan lo radicalizza: l’Io non è mai autentico perché è una méconnaissance, un’illusione speculare. Il soggetto non è ciò che mostra, ma ciò che gli sfugge. L’autenticità, in questa luce, non è un punto di partenza, ma un effetto retroattivo. Non qualcosa da possedere, ma da perdere.
Dai filtri al soggetto barrato
I filtri non sono una moda passeggera: sono la metafora precisa di un Io che si percepisce solo attraverso l’immagine dell’Altro. L’Altro guarda, giudica, valida. E il soggetto, sempre più, si riduce a oggetto per lo sguardo. Il desiderio di essere autentici si incrocia con il desiderio di essere visti ma da chi? E come? Lacan ci direbbe: lo sguardo dell’Altro non si vede, si sente. È un effetto di struttura. E proprio perché non possiamo dominarlo, lo rincorriamo ovunque. Su TikTok, Instagram, persino nei dialoghi amorosi, ciò che conta non è essere, ma apparire di essere. L’autenticità diventa un filtro nuovo, più sottile e più violento: “Mostrati vero, ma secondo le regole.”
Chi parla quando diciamo “Io”?
Il soggetto contemporaneo vive una paradossale nostalgia di verità. Vorrebbe dismettere ogni maschera, ma non riesce più a distinguere tra volto e trucco. In fondo, chi siamo quando non performiamo? Lacan ci ricorda che il soggetto è diviso ($), scisso da sempre dal momento in cui entra nel linguaggio. L’“autenticità”, dunque, non è mai piena: il soggetto parla sempre da un punto mancante, barrato, non-padrone di sé.
Verso un’etica dello scarto
Forse l’unica autenticità possibile oggi è quella del vuoto. Del non sapere chi si è. Del sostare nella mancanza senza tentare di saturarla. Contro l’ordine performativo dell’esposizione, contro il culto del sé come brand, si apre lo spazio di un’etica radicale: lasciar parlare il soggetto, nella sua mancanza, nella sua incertezza, nella sua ferita. Allora, forse, qualcosa di autentico può ancora emergere. Non nei like, né negli sguardi approvanti. Ma nel momento in cui qualcuno — un Altro — ascolta senza voler vedere.
Forse l’autenticità non è una conquista, ma una ferita lasciata aperta. Non si trova nel mostrare tutto, ma nel tremare un poco mentre lo si fa. Nel sentirsi scoperti anche quando si è perfettamente vestiti. Nel parlare senza sapere bene perché, e accorgersi che qualcuno — là, nell’Altro — stava ascoltando davvero. Autentico è ciò che vibra quando smettiamo di voler sembrare. È il momento in cui qualcosa sfugge, ci tradisce, e proprio lì ci somiglia.
Forse basta questo: restare, ogni tanto, nel vuoto tra due pose.
E non sapere più quale sia la parte.
Solo allora, per un istante, siamo vivi.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
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