“Perché non ti vuoi bene?”

Questa domanda, all’apparenza innocua e carica di buone intenzioni, rimbalza oggi tra le stanze dello psicoterapeuta e le luci abbaglianti dei talk show, trasformandosi in un vero e proprio imperativo culturale: impara a volerti bene. Ma cosa succede quando questo imperativo si fa tirannico? Quando il “benessere” diventa un obbligo e la cura di sé una nuova forma di alienazione? Massimo Recalcati porta alla luce una delle contraddizioni più profonde della nostra epoca: l’ideologia del benessere come nuova fonte di malattia. L’ossessione per la salute, per il corpo performante, per l’alimentazione corretta — che in sé non sono certo da demonizzare — finiscono per alimentare nuove forme di disagio psichico, fino a diventare veri e propri sintomi patologici. È il caso dell’ortoressia, disturbo alimentare definito dalla preoccupazione eccessiva per la purezza e la correttezza del cibo, una patologia che riflette una più ampia curvatura della nostra epoca: il benessere come imperativo normativo.

Dal corpo vissuto al corpo macchina

Recalcati individua qui un passaggio fondamentale. Il corpo non è più il luogo dell’esperienza vissuta, della trasformazione, della fragilità esistenziale. È ridotto a macchina da ottimizzare, a ingranaggio che deve funzionare al massimo della sua efficienza. Non si tollera più il sintomo, la malattia, l’interruzione. Non si ascolta più il disagio: lo si reprime, lo si cura, lo si cancella. In questa logica, il medico non è più l’interprete del soggetto, ma il meccanico del corpo. Questa medicalizzazione della vita, tuttavia, produce un effetto paradossale: nel tentativo di eliminare ogni rischio, ogni vulnerabilità, ogni contatto con il reale della morte, la vita stessa si ammala. La cura eccessiva diventa una forma di violenza sottile: è la vita che si difende dalla vita, il corpo che si protegge fino a perdersi.

Il narcisismo ipermoderno e il tramonto degli ideali

A fare da sfondo a tutto ciò è quella che Recalcati chiama la “religione del corpo”, che non è altro che una forma contemporanea di narcisismo ipermoderno. In un’epoca che ha smarrito ogni riferimento simbolico collettivo, ogni Ideale capace di orientare l’esistenza, il corpo diventa il nuovo feticcio, l’unico valore a cui votarsi, l’ultimo oggetto d’amore rimasto. Ma si tratta di un amore svuotato, privo di alterità, autoreferenziale, che si trasforma facilmente in una forma di crudeltà verso se stessi. In questa logica, ciò che conta non è più il bene comune, il senso condiviso, ma la prestazione individuale, la performance del corpo, la sua forma estetica ed efficiente. L’ideale platonico del Bello e del Bene si rovescia nel culto della superficie, del risultato, della muscolatura come verità ultima del soggetto.

Dall’ideale al feticcio: la deriva igienista della contemporaneità

È in questo passaggio — dal corpo parlante al corpo oggetto, dal sintomo al disturbo da eliminare, dall’Ideale al feticcio — che si consuma una delle tragedie silenziose del nostro tempo. Come ha mostrato Roberto Esposito nei suoi studi sul paradigma immunitario, il tentativo di proteggere la vita a ogni costo finisce per negarla, per soffocarla sotto il peso delle sue stesse difese. Invece di essere uno spazio di accoglienza del limite, il corpo diventa il luogo della colpa, della prestazione mancata, dell’ideale inafferrabile. Si mangia sano non per ascoltare il proprio desiderio, ma per aderire a un’immagine ideale di sé. Ci si allena, ci si purifica, ci si controlla — ma non ci si incontra mai.

Conclusione: una nuova etica del limite

L’analisi di Recalcati invita a un ripensamento radicale della cura di sé: non come prestazione, ma come esercizio del limite. Non come ricerca del corpo perfetto, ma come riconoscimento della propria mancanza, della propria imperfezione, della propria finitudine.

Forse la vera cura non passa dal volersi bene in modo ossessivo, ma dal sapere che non ci si vuole mai abbastanza bene, e che questo è umano, troppo umano. Forse la vera salute non sta nel corpo performante, ma nella possibilità di dare senso anche alla sua fragilità.

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Fonti:

M. Recalcati – A pugni chiusi

R. Esposito – Immunitas. Protezione e negazione della vita

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Roberto Coglianese

Sub Rosa

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