Il caso dell’Uomo dei Lupi e il potere del simbolico
Nel gennaio del 1910, un giovane aristocratico russo si presentò nello studio di Sigmund Freud. Lo chiamerà Sergej Pankejeff, ma passerà alla storia come “l’Uomo dei lupi” – nome che nasce da un sogno infantile ricorrente, carico di angoscia e mistero.
“Era notte. Mi trovavo a letto. Improvvisamente la finestra si aprì da sola e vidi sei o sette grandi lupi bianchi, seduti su un albero, che mi fissavano immobili con occhi terrificanti.”

Quel sogno, raccontato a Freud molti anni dopo, aveva un potere incantatorio. Era, a tutti gli effetti, una scena psichica, un enigma del desiderio, dell’angoscia e della verità dell’inconscio.
L’interpretazione di Freud: la scena primaria
Freud ipotizzò che questo sogno non fosse un puro prodotto dell’immaginazione infantile, ma piuttosto la trasformazione onirica di una scena realmente vissuta: una scena di rapporto sessuale tra i genitori, osservata nel cuore della notte da Sergej bambino, probabilmente a un’età precoce, tra i 18 e i 24 mesi. La visione non è mai stata coscientemente registrata, ma il suo impatto fu tale da infiltrarsi nell’apparato psichico sotto forma di immagini, allucinazioni, sogni, sintomi. Secondo Freud, i lupi rappresentavano il padre; l’angoscia, il timore della castrazione; l’albero, il letto; e la fissità dello sguardo, la ripetizione traumatica. Non è importante la verità fattuale della scena, quanto la sua verità psichica: ciò che il soggetto ha vissuto come reale, anche se deformato nel tempo.
Il lavoro del sogno e il linguaggio dell’inconscio
Freud ci mostra, attraverso questo caso, come il sogno non sia mai un messaggio da interpretare “alla lettera”, ma piuttosto una costruzione simbolica, un montaggio poetico dell’inconscio, dove ogni elemento visibile è maschera di un contenuto più profondo. L’Uomo dei lupi non ricordava la scena sessuale dei genitori – ma il suo corpo, i suoi sogni, i suoi sintomi, la raccontavano. Il sogno è il custode del rimosso. E la psicoanalisi diventa il luogo in cui quella scena può lentamente venire alla luce.
Lacan e il fantasma della scena primaria
Jacques Lacan riprenderà questo caso in più seminari, interpretandolo non solo come una traccia del trauma, ma come una costruzione fantasmaticamente necessaria. La “scena primaria” non è solo qualcosa che accade, ma qualcosa che serve al soggetto per rappresentarsi l’origine del desiderio, la propria posizione nel campo dell’Altro. Il soggetto non è mai spettatore neutro: egli è già dentro la scena. Viene guardato dai lupi, e in questo sguardo si installa la questione dell’essere desiderato o rigettato.
Perché ci riguarda ancora?
Perché molti sintomi, oggi come allora, non parlano una lingua razionale, ma simbolica. Sogni ricorrenti, angosce inspiegabili, fobie infantili, persino certe immagini ossessive: spesso sono la forma che l’inconscio trova per dirci qualcosa che non può essere detto altrimenti.
L’Uomo dei lupi ci insegna che i sogni non sono fantasie frivole, ma narrazioni dense, cariche di verità, spesso più profonde di qualsiasi dato oggettivo. Nel nostro mondo iper-razionale, iper-connesso, la dimensione onirica e simbolica dell’esperienza viene troppo spesso ignorata. Eppure, come insegnava Freud, è lì che ci avviciniamo davvero all’enigma del soggetto.
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Fonti:
S. Freud- L’uomo dei lupi;
J.Lacan, Il Seminario. Libro XI.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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