Negli ultimi giorni, le parole di Maria Chiara Risoldi hanno scosso il dibattito pubblico: «La psicoanalisi nel migliore dei casi non serve, nel peggiore fa danni» e «Freud è diventato quasi una setta, con le sue canoniche regole di devozione». Come psicoanalisti lacaniani in formazione, avremmo preferito restare in ascolto, lasciare sedimentare la discussione. Ma ci sono momenti in cui il silenzio rischia di diventare complice di una rappresentazione distorta. È innegabile che ogni disciplina, soprattutto se radicata nella storia come la psicoanalisi, debba saper fare autocritica. È giusto interrogarsi sui rischi di rigidità dogmatica, sulle derive autoreferenziali, sulla necessità di apertura verso altri saperi. Tuttavia, ridurre la psicoanalisi a un insieme di rituali obsoleti, o peggio a una pratica dannosa, significa cancellare la complessità del lavoro clinico e il suo impatto trasformativo sulle vite delle persone. La psicoanalisi non è una fede, ma un modo di interrogare il desiderio, il sintomo e la verità soggettiva, che si costruisce caso per caso, senza ricette universali. È un incontro che non si impone, ma si offre. In questo spazio, la libertà non è assenza di regole, ma possibilità di nominare il proprio desiderio, senza ridurlo a una prestazione o a una norma esterna. Lacan ci ha insegnato che il nostro compito non è fornire risposte prefabbricate, ma accompagnare il soggetto là dove la sua parola inciampa, dove il discorso sociale tace. In un’epoca in cui tutto tende a essere semplificato, reso “utilizzabile” e immediatamente misurabile, la psicoanalisi ha ancora il compito di custodire l’opacità e il tempo necessari perché qualcosa di nuovo possa emergere. Si può criticare la psicoanalisi, certo. Ma farlo con slogan generalizzanti rischia di trasformare il dibattito in un’arena sterile, dove si perde la possibilità di un confronto reale. Chi fa clinica sa che ogni incontro analitico è unico, irripetibile, e che la posta in gioco è sempre la singolarità del soggetto. Per questo, oggi, non ci uniamo al coro del discredito. Scegliamo di continuare a lavorare e a formarci, perché crediamo che, al di là delle mode e delle polemiche, la psicoanalisi resti uno dei pochi luoghi in cui l’essere umano può ancora parlarsi senza filtri e senza algoritmi a dettarne il tempo.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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