Quando Derrida introduce il concetto di différance, non si limita a proporre una variante sofisticata della differenza linguistica: ci mette davanti all’impossibilità di fissare un senso ultimo. Ogni parola, ogni segno, non rimanda mai a sé stesso ma sempre ad altro, in un rinvio senza fine. Per un psicoanalista, questo non può che evocare immediatamente Lacan: il desiderio, come il significato, non trova mai il suo compimento. Il significante rinvia ad un altro significante, in un gioco di slittamenti che non si chiude mai. È proprio in questo spazio — nello scarto, nel rinvio, nel non-colmare — che abita il desiderio. La différance ci ricorda che il soggetto è sempre strutturalmente “mancante”. Non possediamo mai un senso pieno, una parola che “chiuda il cerchio”. Eppure, è proprio questa mancanza che ci spinge avanti: a parlare, ad amare, a creare, a cercare. La psicoanalisi non si propone di eliminare questo vuoto, ma di renderlo vivibile, di far sì che il soggetto possa abitare la propria mancanza senza esserne schiacciato. In fondo, desideriamo proprio perché il senso ci sfugge: se il significato fosse già lì, pieno, totale, non vi sarebbe spazio né per il desiderio, né per la vita.

Oggi, nell’epoca dei social, questa dinamica appare ancora più evidente. Le immagini, i post, i messaggi rimandano continuamente ad altro, creano attese, generano desiderio. Nessuna immagine dice mai “tutto”, e proprio in questo scarto si alimenta il gioco dell’inconscio. La différance di Derrida, allora, non è solo un concetto filosofico: è un’esperienza quotidiana. È il modo in cui parliamo, amiamo, ci esponiamo, sempre sospinti da un senso che ci sfugge e che ci attrae.

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J. Derrida- La scrittura e la differenza

J. Lacan- Scritti (1966)

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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