La principale paura dell’essere umano è la morte, non solo intesa come un “ho paura di morire”, ma anche come un “ho paura che muoiano le persone a cui tengo”. Qual è il processo che si attiva nel momento stesso in cui ci fronteggiamo con la perdita?
Ogni relazione d’oggetto, a partire da quella primordiale durante l’infanzia tra bambino e seno materno, porta sempre con sé, implicitamente, l’esperienza del lutto. Secondo Lacan il fronteggiarsi con questa possibilità che ogni relazione d’oggetto porta con sé è ciò che fa accedere l’individuo a una posizione soggettiva. Il soggetto si confronta con la mancanza, a differenza del bambino ancora in via di sviluppo, il quale vive dell’illusione, nei primi mesi d’infanzia, che l’oggetto amato rimarrà sempre lì. E quando viene a mancare la prima volta, la reazione è dirompente.
In cosa consiste il lavoro del lutto? Consiste nel dare un posto al proprio desiderio. Nella reciprocità tra esseri umani, non soltanto ci rapportiamo con la mancanza dell’altro, ma anche l’altro si rapporta con la nostra mancanza. Nonostante non si possa mai riempire, questa mancanza viene provvisoriamente compensata dall’oggetto d’amore. Talvolta l’assenza del lavoro del lutto, così come avviene ad esempio in rapporti simbiotici tra madre e figlio, può portare il soggetto a frenare il proprio desiderio, perché non sa più come incanalarlo.
Anche però di fronte alla sepoltura, il soggetto si trova inerme di fronte al vuoto che percepisce. C’è sempre un problema, ossia che qualcosa rimane. Qualcosa resta, non può essere colto neanche dall’atto simbolico della sepoltura effettiva. Quel resto, quell’oggetto a come lo definirebbe Lacan, è ciò che deve essere nuovamente incanalato verso altro al fine di accettare la perdita della relazione d’amore. Il malinconico, ad esempio, tende a identificarsi con il lutto a tal punto che quel qualcosa che manca diventa lui stesso. Lui stesso è il lutto che sta vivendo, il resto si impersonifica.
Ma, come riporta Miller nel suo “Capisaldi dell’insegnamento di Lacan” parlando della morte di Lacan, una volta che una persona viene a mancare, continua a sopravvivere il suo significante. L’immaginario decede insieme alla persona, il significante simbolico che rappresenta la persona viene consegnato ai suoi cari, e un reale traumatico è ciò che resta. Questo fluttuare di simboli può diventare freccia scoccata, che fa sanguinare il soggetto che vive il lutto. Ma, in maniera molto cristiana, ciò che continua a vivere è proprio ciò che la persona ci ha lasciato, e soltanto grazie all’accettazione della sua perdita, possiamo continuare a far vivere grazie al nostro desiderio.
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Jacques Alain Miller – Capisaldi dell’insegnamento di Lacan
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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