Il femminicidio non è una semplice notizia di cronaca. È un trauma che ritorna, un sintomo che rivela la difficoltà strutturale della nostra società ad accettare la differenza, soprattutto quella femminile. Ogni volta che accade, la tentazione è ridurlo a un “raptus”, a un gesto irrazionale di follia individuale. Ma la psicoanalisi ci invita a guardare oltre: il femminicidio è l’esito estremo di una logica di possesso, il tentativo disperato di cancellare ciò che non può essere controllato.

Il desiderio dell’Altro come enigma

Lacan ci ricorda che “il desiderio dell’Altro è ciò che più ci destabilizza”. L’incontro con l’Altro, e in particolare con il desiderio femminile, rappresenta qualcosa che non possiamo mai dominare del tutto. L’amore, infatti, non è mai fusione totale: è un legame che si fonda sulla mancanza, sullo scarto che resta tra due soggetti. Ma proprio lì dove c’è mancanza, per alcuni uomini si apre un abisso intollerabile. L’incapacità di accettare che l’Altro desideri altrove, che non sia oggetto di proprietà, può trasformarsi in violenza. Il femminicidio nasce in questo punto: nell’impossibilità di accettare che il desiderio non è mai interamente possedibile.

Dal legame al dominio

Amare non significa possedere. Eppure, la cultura patriarcale ha spesso insegnato l’opposto: la donna come proprietà, come oggetto da custodire e controllare. Quando questo modello si incrina – quando una donna sceglie, si sottrae, rivendica la propria autonomia – il fragile equilibrio di alcuni uomini crolla. Il femminicidio non è “troppo amore”, ma il contrario: è l’assenza radicale di amore, sostituito dal dominio e dal controllo. È il punto in cui il legame diventa annientamento.

Una questione culturale e simbolica

La psicoanalisi, nel leggere il femminicidio, non si limita a diagnosticare una patologia individuale. Ci mostra come il problema sia radicato anche nel tessuto simbolico e culturale. Le parole che usiamo, i modelli educativi, le rappresentazioni sociali del maschile e del femminile: tutto questo contribuisce a formare un immaginario in cui la donna è ancora troppo spesso vista come “oggetto dell’uomo”.Interrogare il femminicidio significa allora interrogare il nostro linguaggio, le nostre istituzioni, i nostri legami sociali.

Il femminicidio non è un lampo improvviso, ma il punto estremo di una logica che attraversa silenziosamente la nostra società: quella del possesso.

Il compito, oggi più che mai, è duplice: clinico e culturale. Clinico, perché chi lavora nell’ascolto psicoanalitico deve aiutare i soggetti a fare i conti con il desiderio e con la mancanza. Culturale, perché dobbiamo costruire un immaginario diverso, in cui l’amore non sia dominio, ma incontro con l’alterità.

Solo così sarà possibile trasformare la violenza in parola, e il possesso in rispetto.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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