L’estate si spegne piano, quasi in punta di piedi.

Le giornate iniziano ad accorciarsi, l’aria si fa più fresca, e il mare diventa un ricordo. In questo passaggio sottile tra stagioni, molti avvertono una malinconia che non è semplice tristezza: è qualcosa di più complesso, un sentimento che intreccia memoria, desiderio e perdita. La nostalgia che accompagna la fine dell’estate non è solo assenza. È memoria viva: ogni immagine di un tramonto, ogni risata sotto il sole, torna come a ricordarci che nulla è eterno. È proprio questa finitezza a dare valore alle esperienze. Lacan ci ricorda che il desiderio nasce dalla mancanza: non desideriamo ciò che abbiamo, ma ciò che ci sfugge. Ed è proprio in questo scarto, tra ciò che vorremmo trattenere e ciò che inevitabilmente ci lascia, che nascono le emozioni più profonde. La malinconia di fine estate, quindi, non è da fuggire. È un invito a fermarsi e ad ascoltare. Il vuoto che sentiamo non è solo perdita, ma uno spazio in cui può germogliare il desiderio. L’estate ci insegna che anche i momenti più intensi sono destinati a trasformarsi in ricordi: non per punirci, ma per darci profondità. Questa nostalgia ci obbliga a sentire, a non scivolare via distrattamente dalla vita. È un richiamo a prenderci cura di ciò che ci ha attraversato e a riconoscere che ogni fine porta con sé una nuova possibilità. Accettare il cambiamento non significa rinunciare alla gioia, ma darle un significato più autentico.

La fine dell’estate diventa allora un simbolo psichico potente: ci ricorda che la vita è ciclica, che nulla resta uguale, e che il desiderio nasce sempre dall’assenza. In questo senso, la malinconia non è una condanna, ma una bussola: ci orienta verso ciò che conta davvero.

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Fonti:

Jacques Lacan, Seminario XI;

Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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