Viviamo in una società che sembra avere una sola parola d’ordine: “Sii felice.” Sui social vediamo sorrisi costanti, corpi perfetti, storie di successo. La tristezza è censurata, il dolore è un fallimento da nascondere. La sofferenza, che è parte essenziale dell’esperienza umana, è diventata qualcosa di cui vergognarsi.

Ma cosa accade quando la felicità diventa un obbligo?

Nasce un mito tossico: quello della vita sempre appagata, priva di mancanze e difficoltà. In questo mito, ogni caduta diventa colpa, ogni fragilità è segno di debolezza. La psicoanalisi ci invita invece a considerare che il desiderio nasce proprio dal vuoto. Lacan ci insegna che l’essere umano è strutturalmente mancante: non esiste completezza totale, e inseguire questa illusione ci allontana dalla nostra verità. Essere autentici significa accettare il dolore, i limiti, le ferite: solo attraversandoli possiamo davvero crescere. Non è un caso che proprio dai momenti di crisi nascano le scelte più profonde, le relazioni più sincere, le opere più significative. La pressione a “stare sempre bene” ci rende schiavi di un’ideale impossibile, mentre riconoscere la nostra vulnerabilità ci restituisce libertà. La felicità non è uno stato permanente, ma un attimo che brilla proprio perché è fragile, circondato dall’ombra. Forse la vera rivoluzione, oggi, è questa: darsi il permesso di non essere felici. E scoprire che, proprio lì, nella mancanza, c’è spazio per il desiderio, per la creatività, per un amore più autentico.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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