Quando Paul Thomas Anderson girò Sidney nel 1996, cambió completamente il modo di concepire la narrazione cinematografica. Recuperò la coralità di Altman, dando un nuovo respiro all’inconscio collettivo, dove l’ambiguità, il non detto, ciò che accade fuori di camera, nell’uso intelligente delle inquadrature in movimento, diventarono i veri protagonisti della pellicola. Siamo nel 2025, e Una battaglia dopo l’altra rappresenta l’ennesima pietra miliare nel quadro filmico del regista statunitense, il tassello ulteriore che porta sul grande schermo una domanda sempre più forte: il soggetto della narrazione è ciò che si presenta nella superficie o negli interstizi del silenzio?
I personaggi di Anderson sono caratterizzati per alcune particolarità nevrotiche, particolari ossessivi, che li rendono iconici. Di Caprio, trovatosi a dover interpretare un personaggio inventato da Pynchion, uno dei più grandi romanzieri americani, veste i panni di un rivoluzionario, poi padre, goffo, in preda alla paranoia, che pare non abbia mai una propria identità definita. Ciò che parla nel film, infatti, non è come si presenta, ma ciò che non dice. La sua gestualità, dinoccolata, claudicante, è simbolo di un paese che, dopo aver vissuto varie crisi, sta cercando di trovare una nuova strada espressiva. Così il soggetto cinema diventa espressione di una rincorsa di quel desiderio di cui veniamo privati fin dal principio della nostra vita. Il lapsus, il moto di spirito, sono i momenti della verità dell’essere umano, che proprio nella caduta delle sue battaglie, rivela l’inesorabile rincorsa verso un costante rinnovamento di sé stesso.
E non è forse che, proprio in quella superficie che tutti noi mostriamo, si trova già tutto? Tutti gli strumenti per dare voce a quelle crepe che ci spaccano da dentro, e che vanno nominate e lasciate respirare per permetterci di evolverci e lasciare spazio al nuovo.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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