Il silenzio è uno dei linguaggi più fraintesi della nostra epoca. Nell’immaginario comune viene scambiato per assenza, per mancanza, per un vuoto da colmare. Si ha paura del silenzio, come se fosse una minaccia o un fallimento comunicativo. Per questo lo si riempie con parole inutili, con rumori di fondo, con distrazioni continue.

Eppure il silenzio è densità, non mancanza. È un contenitore che custodisce pensieri, affetti, ferite. È lì che si annidano le parole che non osiamo dire, i sentimenti che restano sospesi, le verità che non riescono a emergere. Nelle relazioni il silenzio può diventare abisso. È il silenzio di chi non risponde, di chi si allontana, di chi preferisce lo schermo della distanza alla fatica del confronto. Ma è anche il silenzio dell’intimità, quello che unisce senza bisogno di spiegazioni, quello che accompagna un gesto, uno sguardo, una presenza che non ha bisogno di parole. Nella psicoanalisi, il silenzio è parte integrante della cura. È lo spazio in cui l’inconscio parla, in cui la parola può nascere senza essere forzata. Il silenzio dell’analista non è indifferenza, ma un atto di fiducia: invita il soggetto a trovare la propria voce, a nominare ciò che non ha ancora forma. Viviamo in un tempo in cui tutto deve essere detto, condiviso, pubblicato, urlato. La sovraesposizione costante ci spinge a credere che la parola sia preziosa solo quando diventa visibile. Recuperare il valore del silenzio significa invece imparare ad ascoltare, a tollerare l’attesa, a lasciare che qualcosa maturi senza dover subito apparire.

Il silenzio non è contro la parola. È la sua condizione. Senza silenzio, le parole non avrebbero radici, non avrebbero peso. Come l’ombra dà forma alla luce, così il silenzio restituisce spessore al dire.

Fonti:

J. Lacan, Il seminario. Libro XI;

M. Recalcati, L’ora di lezione.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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