C’è una stanchezza che non si cura dormendo.

Non è quella del corpo, ma quella dell’anima: una forma di esaurimento sottile, invisibile, che attraversa molti uomini e donne del nostro tempo.

È la stanchezza di chi è costantemente connesso, di chi deve mostrarsi produttivo, entusiasta, capace di tenere il passo con la velocità del mondo. È una fatica che nasce da un eccesso di dover essere, di dover rispondere, di dover apparire. La psicoanalisi ci insegna che dietro la stanchezza si nasconde spesso un conflitto del desiderio. Il soggetto non è stanco “perché fa troppo”, ma perché non riesce più a riconoscersi in ciò che fa. L’energia vitale si spegne quando il desiderio non trova un oggetto che lo accenda, quando la vita si riduce a un compito senza senso. In un mondo che idolatra la performance, fermarsi è diventato un atto rivoluzionario. La stanchezza può essere una forma di resistenza, un linguaggio del corpo e della psiche che dice: “Non voglio più funzionare come una macchina”. L’uomo stanco non è debole: è colui che, inconsapevolmente, reclama il diritto a una vita più umana. Come scrive Byung-Chul Han, viviamo in una società della prestazione in cui il soggetto, anziché essere sfruttato da un padrone esterno, si auto-sfrutta nel nome della libertà. La depressione, il burnout, la perdita di senso non sono sintomi individuali, ma il prezzo collettivo di un mondo che non sa più fermarsi. La stanchezza autentica non distrugge — trasforma. È la soglia dove si apre la possibilità di un nuovo ritmo, un nuovo ascolto, un nuovo desiderio.

Solo chi accetta di sostare nella propria fatica può scoprire che, a volte, la vita non va spinta: va attesa.

Fonti:

Byung-Chul Han, La società della stanchezza;

Jacques Lacan, Il seminario, Libro VII.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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