C’è un momento, a metà ottobre, in cui la luce cambia.

Il mare non è più un luogo di vacanza, ma un pensiero che respira. Il tramonto scende come una carezza lenta e ogni cosa sembra dire: “Resta, ascolta”. È lì che il silenzio diventa una forma di compagnia, e stare soli con i propri pensieri smette di essere una condanna per tornare a essere una possibilità. Viviamo in un tempo che ha paura del vuoto. Ogni pausa è riempita da notifiche, da parole, da un bisogno costante di presenza. Ma la mente, come il mare, ha bisogno di maree: di ritirarsi per poter ritornare. La solitudine non è isolamento, è un ritorno al punto sorgivo del pensiero, a ciò che ci abita quando tutto tace. È lì che l’inconscio si fa sentire — non come un nemico, ma come una voce che ricorda chi siamo davvero.

Freud ci ha insegnato che l’inconscio parla nei momenti in cui l’Io si distrae.

Nel sogno, nella pausa, nel silenzio.

Oggi, in un mondo che idolatra il fare, restare in silenzio è un atto rivoluzionario. È un modo per dire: non devo essere produttivo per esistere. È uno spazio in cui la mente può elaborare, sognare, trasformare ciò che il ritmo quotidiano soffoca.

La calma non è assenza di pensiero, ma pensiero che ha trovato ritmo.

Quando restiamo soli — veramente soli —, iniziamo a distinguere le nostre voci interiori:

la paura, la nostalgia, il desiderio, il rimpianto.

E se non le scacciamo subito, queste voci cominciano a dialogare tra loro.

È allora che la solitudine diventa elaborazione, un modo per trasformare il dolore in comprensione.

Lacan avrebbe forse sorriso di fronte al mare.

Avrebbe detto che è il luogo in cui il soggetto incontra la propria mancanza: vasto, mobile, inafferrabile.

Guardare il mare significa accettare che non tutto può essere detto, che una parte di noi resterà sempre altrove — come una promessa o una nostalgia.

Fonti:

Sigmund Freud, L’interpretazione dei sogni, Bollati Boringhieri;

Jacques Lacan, Seminario XI.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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