“Mi mancherà il mare. Ma una persona ha bisogno di nuove esperienze. Esse attirano qualcosa in profondità dentro di noi, permettendoci di crescere. Senza cambiamento, qualcosa dorme dentro di noi… e raramente si risveglia. Il dormiente deve risvegliarsi.”
— Leto Atreides, Dune
C’è un momento nella vita in cui si avverte con chiarezza che non si può restare dove si è. Non per noia, né per fuggire, ma perché la vita — quella autentica, non quella sopravvissuta — chiede movimento, mutamento, rischio. L’inerzia ci illude di sicurezza, ma la sicurezza è spesso la maschera più elegante della paura. L’essere umano tende a rimanere dove conosce, dove può prevedere le conseguenze, dove crede di “controllare” il mondo. Eppure, come ci insegna la psicoanalisi, è proprio nel momento in cui il noto si incrina che l’inconscio si risveglia. L’esperienza nuova — che sia un luogo, un amore, una perdita o un inizio — smuove qualcosa di antico dentro di noi: una memoria dormiente, una potenzialità non ancora realizzata, un desiderio rimasto sospeso. Il “dormiente” di cui parla Leto Atreides è quella parte dell’essere che non vive davvero, che si accontenta di ripetere i giorni. È l’Io che teme di perdere il controllo, che resiste al vuoto, che non accetta il rischio della trasformazione. Eppure, è solo attraversando la paura del cambiamento che possiamo davvero risvegliarci.
Ogni passaggio, ogni separazione, ogni mutamento autentico implica una morte simbolica.
“Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.
Lasciare il mare — metafora di ciò che ci è familiare — non è rinnegare il passato, ma permettergli di trasformarsi in una forza nuova, capace di spingerci altrove, dove la vita continua a sorprenderci.
Fonti:
Frank Herbert, Dune;
C.G. Jung, Simboli della trasformazione.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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