Nel 1973 Fabrizio De Andrè pubblica un album intitolato “Storia di un impiegato”, che consiste in un insieme di tracce volte a dare voce a una nuova condizione sociale, dove l’individuo cerca di ribellarsi in tutti i modi al sistema costituito, per evitare di diventare un ingranaggio del grande macchinario Chapliniano.

Ma fra le varie tracce, ve n’è una in particolare, intitolata “La canzone del padre”, che racconta la storia, appunto, di un impiegato, che si trova a prendere il ruolo del padre nell’azienda. Nella musica sopita, le parole esplicitano una costante sensazione di angoscia che il protagonista prova nei confronti di questo nuovo ruolo, a tal punto che si rende conto di essere stato ingannato. Ma da chi?

Lacan ha da sempre criticato coloro che, nel mondo della filosofia e della psicologia, hanno cercato di valorizzare l’evaporazione del Padre Padrone, interpretando il pensiero di Freud come una costruzione di questa figura mitologica, il padre dell’Orda che gode di tutto illimitatamente e che deve essere ucciso. Un limite da superare. Ma lo psichiatra francese ha sempre messo in guardia rispetto al fatto che il limite della Legge paterna non è l’ostacolo che non permette di essere liberi, ma la stessa forma di limitazione che permette di essere dei soggetti da desiderio. È così, l’impiegato che si trova a sostituire il padre è metafora del proletario che, dopo l’ondata del ‘68, vuole provare, dopo aver ucciso il Padre, a prenderne il ruolo. Ma diviene solo un altro ingranaggio del sistema, costretto a interpretare il ruolo di chi DEVE illimitatamente godere e rappresentare il costante superamento della Legge del Padre.

Così l’impiegato di De Andrè, oramai rassegnato non aver ottenuto niente nel sostituire il padre e diventare proprio padre, si fronteggia con l’angoscia della sistema, che lo ha reso ennesimo ingranaggio, schiacciato violentemente.

Così son diventato mio padre 
Ucciso in un sogno precedente 
Il tribunale mi ha dato fiducia 
Assoluzione e delitto, lo stesso movente […]

Vostro Onore, sei un figlio di troia
Mi sveglio ancora e mi sveglio sudato
Ora aspettami fuori dal sogno 
Ci vedremo davvero, io ricomincio da capo

Forse quella limitazione dobbiamo farla nostra, consapevoli della presenza di una Legge che ci limita, per smettere di sentirci oppressi come da una castrazione infinita”

———

Fabrizio De Andrè – Storia di un impiegato

———

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Rispondi

In voga

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere