“Sii oltre ogni addio, come se fosse già dietro di te.”

Rilke non invita a dimenticare, né a superare con leggerezza. Invita a qualcosa di più difficile: abitare il dopo prima ancora che l’addio si compia. Essere oltre non significa negare la perdita, ma non restare imprigionati nel suo punto più acuto. Come l’inverno che se ne va mentre è ancora inverno. Ci sono stagioni dell’esistenza in cui tutto sembra rallentare. Le energie si ritirano, le parole si fanno rare, il futuro appare distante. Il solstizio invernale cade esattamente lì: nel punto in cui l’oscurità raggiunge il suo massimo e, proprio per questo, comincia a perdere terreno. È un paradosso temporale ed esistenziale: quando sembra che nulla possa peggiorare, qualcosa ha già iniziato a cambiare, anche se non lo vediamo. La natura, in questo momento dell’anno, non produce. Trattiene. Conserva. Sospende. È un tempo che la modernità fatica a comprendere, perché non è performativo, non è visibile, non è misurabile. Eppure è il tempo più necessario. Senza l’inverno, la primavera sarebbe sterile. Senza la notte più lunga, il ritorno della luce non avrebbe senso. Rilke parla di un “inverno talmente infinito” che il cuore è chiamato a svernare. Non a combattere, non a fuggire, ma a resistere in modo silenzioso. Svernare significa trovare un modo di vivere anche quando la vita non risponde, quando non restituisce calore, quando sembra ritirarsi da noi. È una forma di fedeltà all’esistenza nei suoi momenti meno gratificanti. Nella nostra esperienza personale, questo inverno può assumere molte forme: un lutto che non si risolve, una relazione che finisce lasciando un vuoto più grande della sua presenza, una fase della vita in cui nulla sembra muoversi. In questi momenti siamo tentati di accelerare, di “uscire” il prima possibile dal buio. Ma l’inverno non si accorcia per decreto. Va attraversato. Il solstizio ci insegna una verità scomoda ma preziosa: la luce non ritorna perché l’oscurità viene sconfitta, ma perché ha compiuto il suo ciclo. Non c’è rinascita senza una precedente sospensione. Non c’è trasformazione senza un tempo in cui tutto sembra fermo. “Sii oltre ogni addio” significa allora questo: non identificarti con ciò che stai perdendo. Non fare della mancanza la tua dimora definitiva. Lascia che l’addio passi attraverso di te come passa l’inverno: lasciando segni, sì, ma anche preparando qualcosa che ancora non conosci. Quando il cuore impara a svernare, diventa capace di sopportare ogni cosa. Non perché diventi insensibile, ma perché smette di pretendere che la vita sia sempre luminosa. Accetta il ritmo più profondo dell’esistenza, quello che alterna luce e ombra, presenza e assenza, fioritura e ritiro. Il solstizio non promette una primavera immediata. Promette solo che la notte non crescerà più. Ed è abbastanza. Perché a volte, nella vita, la speranza non è vedere la luce, ma sapere che il buio ha già iniziato a cedere.

E questo sapere, anche se fragile, basta per continuare a camminare.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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