“Life is whatever we make it. The traveller is the journey. What we see is not what we see but who we are.”
In queste righe Pessoa non sta proponendo una consolazione, ma una vertigine. L’idea che la vita sia “ciò che ne facciamo” non rimanda a un ottimismo volontaristico, bensì a una responsabilità radicale: non esiste un senso già dato che possiamo semplicemente scoprire, né un mondo neutro che ci attende identico per tutti. Il viaggiatore non attraversa un paesaggio: è il paesaggio che prende forma attraverso di lui. Ogni esperienza è inseparabile dalla posizione soggettiva che la rende possibile. Dire che “il viaggiatore è il viaggio” significa smontare una delle illusioni più resistenti del pensiero moderno: quella di un soggetto stabile che si muove in un mondo oggettivo. In Pessoa non c’è un Io che osserva il reale dall’esterno, ma una coscienza frammentata, inquieta, che si costruisce nel mentre che guarda. Il viaggio non conduce a una meta; è un processo di continua esposizione a sé stessi. Non ci si sposta per arrivare, ma per vedersi cambiare nello sguardo. Da qui l’affermazione più disturbante: “What we see is not what we see but who we are”. Non esiste percezione innocente. Ogni sguardo è già un’interpretazione, ogni giudizio una confessione mascherata. Ciò che chiamiamo realtà è sempre filtrato dalla nostra storia, dalle nostre mancanze, dai desideri che ci abitano senza chiedere permesso. Vediamo il mondo secondo le nostre ferite, non secondo la sua verità. E questo non è un limite da superare, ma la condizione stessa dell’esistenza. Pessoa scrive Il libro dell’inquietudine come se fosse un diario di qualcuno che non riesce ad abitare pienamente la vita, ma proprio per questo ne coglie l’essenza. L’inquietudine non è un difetto da correggere, bensì il segno che il soggetto non coincide mai con ciò che vive. Tra l’esperienza e chi la attraversa c’è sempre uno scarto, una distanza che impedisce la pacificazione. È in questo spazio che nasce il pensiero, ma anche la solitudine. Se il viaggiatore è il viaggio, allora non possiamo delegare il senso a una destinazione futura: un amore che verrà, una riuscita, una guarigione definitiva. Ogni promessa di compimento totale è una fuga dall’inquietudine. Pessoa sembra dirci che la vita non si risolve, si attraversa. E che l’unica fedeltà possibile non è verso una meta, ma verso il proprio modo singolare di guardare. In questo senso, la frase “life is whatever we make it” non invita a costruire una vita migliore, ma a riconoscere che non esiste una vita al di fuori del modo in cui la sentiamo, la pensiamo, la soffriamo. La responsabilità non è fare della propria vita un successo, ma assumere che ogni passo, ogni sguardo, ogni scelta è già un autoritratto. Il viaggio, allora, non finisce. Perché non conduce altrove. Conduce più a fondo. E non verso una verità oggettiva, ma verso una forma di lucidità: quella di sapere che ciò che vediamo del mondo parla, prima di tutto, di noi.
Fonti:
F. Pessoa – il libro dell’inquietudine
—
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

Rispondi