Il desiderio come enigma e come scena di potere

La domanda “Che vuole una donna?” non è una curiosità sociologica né un interrogativo morale. È, fin dall’inizio, una domanda strutturale. Freud la pone come punto di inciampo del sapere: non perché manchi una risposta, ma perché la risposta, se ci fosse, cancellerebbe il desiderio stesso. Lacan lo chiarisce con precisione: porre la domanda significa già situarla sul piano del desiderio, e il desiderio, per definizione, non coincide mai con un oggetto positivo, identificabile, possedibile. Non si chiede “che cos’è una donna”, né “che cosa vuole la donna in generale”. Si chiede che cosa vuole una donna, cioè un soggetto preso nella singolarità della sua posizione desiderante. E già qui emerge il paradosso: nulla garantisce che una donna voglia “qualcosa” nel senso in cui lo vuole il discorso del padrone. Il desiderio femminile non si lascia facilmente catturare nella logica del bisogno, né nella grammatica della domanda esplicita. Non si organizza attorno a un oggetto stabile, ma attorno a una mancanza che resta inassimilabile. Quando la questione viene posta esplicitamente sul piano del desiderio, ciò che si interroga non è “la donna”, ma l’isterica. Non come diagnosi clinica, ma come struttura discorsiva. L’isterica è colei che fa esistere il desiderio dell’Altro interrogandolo, mettendolo al lavoro, esponendone le crepe. Il suo desiderio non punta alla soddisfazione, ma alla produzione di un sapere che non si chiude mai. In questo senso, la formula lacaniana è volutamente provocatoria: l’isterica vuole un padrone. Ma non un padrone che governi davvero. Vuole un Altro che sappia, che occupi il posto del sapere, senza mai saturarlo completamente. Un padrone abbastanza forte da reggere l’investitura, ma abbastanza mancante da restare interrogabile. Un padrone su cui regnare, non da cui essere governata.Qui il potere si rovescia. L’isterica non si sottomette al padrone: lo produce. Lo installa nella posizione di chi deve sapere, per poi dimostrargli che il suo sapere è insufficiente. È in questo gioco che il desiderio resta vivo. Se l’Altro sapesse davvero tutto, se non esitasse, se non mancasse, il desiderio collasserebbe. Il padrone perfetto sarebbe la fine del desiderio, non il suo compimento. Per questo il discorso isterico non cerca una soluzione, ma una tensione. Non vuole una risposta definitiva, ma un sapere che resti incompleto. L’isterica regna proprio lì dove il padrone non governa: nel punto in cui il sapere vacilla, dove l’autorità mostra la sua fragilità, dove il potere non riesce a coincidere con se stesso. La domanda “che vuole una donna?” resta allora aperta non perché sia oscura, ma perché è strutturalmente impossibile chiuderla. Ogni tentativo di risolverla produce solo nuove forme di dominio o nuove illusioni di sapere. La psicoanalisi, al contrario, insegna a sostare in questa impossibilità, a riconoscerla come condizione del desiderio. Non si tratta di rispondere all’enigma, ma di non cancellarlo. Perché è solo lì, in quel punto di non-sapere che insiste, che il soggetto resta vivo, desiderante, non riducibile a funzione o a ruolo. E forse è proprio questo che la domanda custodisce: non ciò che una donna vuole, ma il fatto che il desiderio, quando è reale, non può essere governato.

——

Fonti:

Seminario XVII – il rovescio della psicoanalisi

——

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

Rispondi

In voga

Scopri di più da SUB ROSA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere