C’è qualcosa di singolare nel pensare mentre si è ammalati. Il sapere perde compattezza, la lucidità si sfilaccia, e ciò che resta non è un’idea migliore, ma una posizione diversa. Stasera, con una Vivin C in mano e la febbre che costringe a stare fermi, mi sono imbattuto in una domanda posta a Lacan: in che cosa sapere e verità sono incompatibili? Non è una domanda teorica. È una domanda che arriva sempre quando il sapere non basta più a reggere l’esperienza. La risposta di Lacan è brutale, quasi oscena: la verità non è incompatibile con nulla, perché è un luogo di passaggio, di evacuazione. Ci si piscia dentro, ci si sputa. Non la si custodisce, non la si abita senza pagarne il prezzo. E soprattutto: non ci si sposa con la verità. Nessun contratto, nessuna unione, nessuna fedeltà possibile. La verità seduce, dice Lacan, e seduce per fregarti. È un punto fondamentale, spesso rimosso: la verità non salva, non pacifica, non redime. Attrae. E proprio per questo espone al rischio di perdersi. Qui si apre il nodo che riguarda direttamente la psicoanalisi, ma anche ogni soggetto che confonde il desiderio di sapere con la pretesa di verità. Lacan mette in guardia lo psicoanalista dal chiamare “amore” il legame con la verità. Perché l’amore implica una promessa di durata, mentre la verità non tollera legami stabili. È infedele per struttura. Si offre solo a pezzi, a frammenti, e ogni volta che qualcuno pretende di “imparare dalla verità”, di farne un sapere accumulabile, cade nella trappola. C’è una frase decisiva in questo passaggio: basterà che ciascuno ne sappia un pezzo, e farà bene ad attenersi a quello. È una posizione radicalmente anti-fanatica. Non esiste il tutto della verità. Esiste il punto in cui una verità tocca un soggetto e lo mette in movimento, o lo ferisce, o lo disorienta. Andare oltre quel punto non è progresso: è spesso delirio. Ecco perché Lacan diffida degli psicoanalisti che si sentono “implicati” dalla verità, che vogliono farsi suoi interpreti, custodi, portavoce. È lì che nasce il fanatismo, anche quando si traveste da rigore teorico. La psicoanalisi, in questa prospettiva, non è una via per accedere alla verità, ma un dispositivo che impedisce di crederci troppo. Non chiede di sapere di più, ma di sopportare il fatto che il sapere non coincide mai con ciò che è vero per un soggetto. Per questo Lacan dice che il vero lavoro dell’analista è lasciare le fila della verità al paziente, a colui che ne aveva già il cruccio. Non per disinteresse, ma perché è solo lì che la verità può avere un effetto reale: quando non viene amministrata. Forse è anche per questo che questa lettura, stasera, con il corpo rallentato e la mente meno difesa, colpisce più forte. Perché quando il sapere vacilla, la tentazione di aggrapparsi alla verità cresce. E proprio lì bisogna fare un passo indietro. Non per rinunciare, ma per non farsi sedurre. La verità non chiede fedeltà. Chiede di essere attraversata, e poi lasciata andare.
Essere forti, dice Lacan, non significa possederla. Significa non lasciarsi prendere.
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Fonti:
J. Lacan – Seminario XVII
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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